Il Bingo non funziona, cinquemila posti a rischio

12/09/2002

            12 settembre 2002

            Le sale da gioco hanno iniziato a operare in dicembre, ma gli italiani non si sono entusiasmati e i gestori chiedono aiuto al governo
            Il Bingo non funziona, cinquemila posti a rischio

            Laura Matteucci

            MILANO. Doveva essere il gioco del nuovo millennio, si sta rivelando un vero e proprio flop. Il bingo in Italia non tira, troppo pochi gli appassionati, troppo bassi i premi, troppo rigido il regolamento imposto dallo Stato. E, in compenso, molti dipendenti, circa 5mila, assunti nell’ultimo anno nelle 220 sale in Italia in previsione di un successo mai arrivato. Non che il costo del personale sia elevato, ma la morale del bingo cambia poco: molti soldi investiti, e scarsi guadagni.
            I gestori, archiviati gli entusiasmi iniziali, hanno iniziato a preoccuparsi già da tempo, si sono organizzati nel Consorzio Nazionale Sale Bingo ( che per il momento ne raccoglie una settantina), e vogliono aprire una trattativa con il governo per cercare di modificare il regolamento interno. Anzi, la trattativa è di fatto già iniziata.
            Ieri si è svolto il primo incontro tra i rappresentanti del Consorzio e il sottosegretario al ministero delle Finanze, Manlio Contento: risultato, l’intesa di procedere con un documento tecnico che programmaticamente conterrà alcune proposte per rilamciare il gioco. E l’accordo di rivedersi, sempre presso il ministero delle Finanze, già la prossima settimana. Insomma, che gli affari delle sale bingo non vadano affatto bene ormai non è più un mistero. Persino il comunicato ufficiale del Consorzio, informando sull’incontro di ieri, parla di «problemi legati al bingo, che ancora non trova una corretta modalità di svolgimento».
            Il bingo è semplice semplice, in pratica la versione rivista della tombola: una cartella con quindici numeri, coi quali per vincere si può fare cinquina o, quando vengono estratti tutti, bingo. Tutto qui. A giocare, nel 70% dei casi sono donne dell’età media di 50 anni, casalinghe, seguite a ruota dai pensionati. L’ha brevettato nel 1930 l’americano Edwin lowe, e da allora è stato accolto con entusiasmo da tutti i Paesi anglosassoni, e da un decennio furoreggia anche in Spagna.
            Ma l’onda lunga del bingo in Italia non arriva. Nonostante il governo stesso, quando un paio d’anni fa si è iniziato a parlare dell’apertura delle sale anche in Italia, avesse previsto un giro d’affari nell’ordine dei 15mila miliarsi l’anno. La prima autorizzazione era arrivata dal ministero delle Finanze, datata 31 gennaio 2000, accompagnata da proclami roboanti di impulsi all’occupazione; si parlò, allora, di 17mila lavoratori per le prime 420 sale, che sarebbero dovuti raddoppiare entro quest’anno, e a cui si sarebbero pure aggiunte altre 50mila persone impiegate nell’indotto – ristorazione, bar, pulizie, sistemi elettronici e computeristici, negozi e persino servizi di nursery.
            In realtà, dal dicembre scorso (data di apertura per le sale in Italia) ad oggi, i luoghi del bingo – sale dedicate, ma anche aree di alberghi sottratte ad altri scopi, e discoteche – sono circa 220, diffuse su tutto il territorio nazionale, in cui lavorano come dipendenti qualcosa come 5mila persone. Un investimento di proporzioni notevoli, cui però nonseguirebbero adeguati ritorni: colpa, lamentano i gestori, soprattutto del regolamento imposto dallo Stato, troppo rigido, e dei premi poco allettanti. Vincere non è difficile, d’accordo, ma non sembra nemmeno soddisfacente; al massimo, «solo» 200 euro, decisamente bruscolini rispetto agli oltre 50 milioni di euro (100 miliardi di vecchie lire) in palio con il Superenalotto.