Il Big Mac non tira, 156 licenziati

08/08/2003
   



08/08/2003

Il Big Mac non tira, 156 licenziati
McDonald’s è in crisi, la multinazionale dell’hamburger chiude 8 fast food in Italia. Il sindacato contro i licenziamenti chiede il riassorbimento degli esuberi all’interno del gruppo
MANUELA CARTOSIO
L’impero McDonald’s ha imboccato il viale del tramonto? Decretare la fine dell’era della polpetta globale è prematuro. Di certo, però, da un paio d’anni per la multinazionale del fast food i conti non tornano come una volta. Le vendite calano ovunque e in tutto il mondo il trend si è invertito: prima si contavano i ristoranti con l’insegna degli archi dorati che aprivano i battenti, ora quelli che li chiudono. La crisi morde anche in Italia. Con raccomandata datata 5 agosto McDonald’s Italia ha comunicato ai sindacati la chiusura di 8 «location» e il conseguente licenziamento di 156 dipendenti. Il tono è perentorio: le «unità produttive» di Cremona, Bergamo, Lodi, Forlì, Modena Est, Ortona, Porto Sant’Elpidio, Modica saranno «soppresse». La loro redditività è esigua o addirittura sottozero. Tenere aperti ristoranti improduttivi sarebbe una perdita economica per la company, svilirebbe il marchio e l’immagine commerciale, «le risorse umane diventerebbero sempre meno motivate». Dei 330 ristoranti McDonald’s attivi in Italia, la company ne gestisce direttamente 82 (gli altri sono in franchising). Chiuderne 8 equivale a un taglio del 10%. Sta qui la rilevanza e la gravità della decisione, secondo Gabriele Guglielmi, segretario della Filcams nazionale. Non si tratta di un licenziatario che, strangolato dalla royalties che deve pagare alla company, getta la spugna. E’ l’azienda che per la prima volta dismette un numero consistente di ristoranti. E’ un segnale forte che conferma la crisi mondiale del modello McDonald’s. A cui va aggiunta una peculiarità nostrana. In Italia la storia di McDonald’s si è identificata fin qui con la figura del suo presidente Mario Resca. L’uomo si occupa di molte cose, sta nel consiglio d’amministrazione della Mondadori e dell’Eni, da ieri è pure commissario per il salvataggio della Cirio. Più dei multiformi interessi, l’anomalia di Resca è d’aver infranto il tabù antisindacale del Mcmondo. E’ l’unico presidente di una filiale nazionale che ha accettato di trattare con in sindacato, quanto meno per i ristoranti a gestione diretta. «Con l’annuncio delle 8 chiusure la company prende il comando della McDonald’s Italia», commenta Guglielmi.

Nel settore del commercio non ci sono ammortizzatori sociali. I 156 licenziati riceveranno per sei mesi un assegno di disoccupazione pari al 40% dello stipendio (una miseria per chi lavora part time). Poi basta. L’unica strada è «convincere» l’azienda a riassobire i lavoratori in altri ristoranti della catena. Verterà su questo una trattativa che si annuncia difficile, perché la company formalmente non può obbligare i licenziatari ad accollarsi i suoi esuberi.

Che il modello McDonald’s sia in sofferenza non è di per sé una cattiva notizia, concede Guglielmi. «Ma qui ci sono dei licenziati e il primo dovere del sindacato è di pensare a loro. Soprattutto al Sud, dove le alternative occupazionali sono scarse e friggere patatine è comunque meglio di niente». L’11 settembre, la mucca pazza, la restrizione generalizzata dei consumi, il ritrovato gusto dell’occidente ricco per i cibi freschi e genuini, le campagne d’opinione contro McDonald’s. Sono tutti argomenti validi per spiegare la crisi del marchio. Sommati insieme, hanno provocato una diminuzione delle vendite. E’ bastata una lieve flessione di queste ultime per far saltare un modello basato su costi fissi alti e margini esigui. Se non riesce a «starci dentro» la company, si possono immaginare le difficoltà dei licenziatari di fascia bassa che gestiscono un unico ristorante, «erano convinti d’aver trovato l’America e invece si sono ritrovati all’inferno».

Il 9 settembre inizieranno le trattative tra McDonald’s e sindacati. «La tutela del personale è una priorità per McDonald’s», afferma l’azienda. «Lo dimostri assorbendo i 156 esuberi negli altri suoi ristoranti», replica Mirko Rota, segretario della Filcams di Bergamo.