Il Bel Paese è diventato anche flessibile

02/09/2002

Tra nuovi contratti e sommerso, cassa integrazione e trasferimenti all’estero: il nuovo paesaggio
del lavoro italiano
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Dal pacchetto Treu all’art.18: il “posto” diventa sempre più precario e sfruttato in nome della
flessibilità confindustriale. Mentre cala la qualità
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Troppo rigido è il sistema: infrastrutture arretrate servizi insufficienti formazione quasi nulla
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Tra pubblico e privato non si salva nessuno Un oscuro universo di piccolissime aziende fuori controllo

Il Bel Paese è diventato anche flessibile
Eccezioni: il ministro Maroni pretende “tempo indeterminato” soltanto per gli immigrati

Oreste Pivetta

Malgrado il ministro Maroni invochi
la massima rigidità per gli immigrati,
imponendo, preziosi contratti a tempo
indeterminato, contraddicendo
quanto lui stesso e io suoi alleati avevano
sempre preteso, siamo diventati
tutti più flessibili, in obbedienza all’assioma:
più flessibilità, più basso il costo del lavoro.
MENO RIGIDI. L’esperienza collettiva
dice che chi cerca un lavoro lo trova se si piega
alle condizioni della flessibilità, che non è sempre
la stessa: c’è la grande flessibilità governata
nelle modalità che leggi e contratti recenti
consentono (dal patto per il lavoro
del 1993 al pacchetto Treu del 1996, in epoca di
centrosinistra), c’è (soprattutto c’era) quella
grandissima delle collaborazioni saltuarie, che hanno
creato un esercito di lavoratori autonomi,
liberi professionisti con partita
iva, fino al massimo della flessibilità
del lavoro nero, del mercato delle
braccia, del caporalato, dei trasferimenti…
C’è poi la flessibilità nella tradizione:
straordinari e cassa integrazione.
E c’è la ricerca della flessibilità
nella globalizzazione: emigrando.
AL TELEFONO. La signora della
porta accanto lavora in un call center
di medie dimensioni, partecipa ad indagini
merceologiche, in sostanza telefona
chiedendo di che gusto piace
l’olio o di che colore dovrebbe essere
la crema per le mani. Viene pagata a
ore, viene chiamata quando c’è bisogno
secondo orari più disparati, secondo
indagine, ogni quattro mesi riceve
il suo “compenso lavoratori autonomi”,
con la postilla: “certificazione
dei compensi e delle provvigioni assoggettate
a ritenuta d’acconto”. Perchè
ogni quattro mesi, lei mangia tutti
i giorni. «Se pagassero ogni mese si
creerebbe una situazione di lavoro
continuativo»..
CRESCONO. Come contare la signora
e i suoi colleghi? Sfuggono alle
statistiche, che confermano: la progressiva
erosione del lavoro standard,
la crescente molecolarizzazione del lavoro,
la crescita di componenti flessibili
del lavoro dipendente. Vediamo
le previsioni. Centomila imprenditori
intervistati dall’Unione camere di
commercio contano di assumere entro
la fine di quest’anno a tempo indeterminato
nel 58 per cento dei casi, a
tempo determinato nel 35, con contratti
di apprendistato nel sette. Crescerà
anche il tempo parziale.
INTERINALE. La parola nuova della
flessibilità è “interinale”. Racconta
Sergio, trentenne: «Il primo giugno
sono in azienda: breve training formativo
e via. Svolgo attività di supporto
al reparto di assistenza ai clienti. Si
lavora per tutto il mese, quasi completamente
isolati. Quasi nessuno sa chi
siamo e che cosa significano i termini
“interinale”, “contratto di fornitura
di lavoro temporaneo”, “picchi produttivi”,
neanche i nostri responsabili…».
Leggi alla voce interinale: viene
prevista dal pacchetto Treu la possibilità
per le imprese di «affittare» dipendenti
a tempo determinato reclutandoli
da agenzie iscritte a un albo, la
motivazione alla base di tale ipotesi
contrattuale è il «soddisfacimento di
esigenze di carattere temporaneo delle
imprese utilizzatrici».
NEL PUBBLICO. La più alta concentrazione
di collaborazioni coordinate
e continuative. Duecentontocinquantamila
contratti, il venti per cento
del mercato del lavoro romano, e
negli ultimi tre anni sono cresciuti
con una media di cinquantamila all’anno.
«Però controlliamo meno il
pubblico del privato». Commento di
Stefano Bianchi, segretario della came
ra del lavoro di Roma e del Lazio. Il
lavoro in nero resta alto. Sulla base
dei controlli dell’Inps, si scopre che
almeno due terzi delle aziende visitate
non è in regola: la punta è stato il 78 e
mezzo di irregolarità sommato nel
‘99, nel 2001 siamo scesi al 53 per
cento. Nell’edilizia, domandiamo.
«Ma no – spiega Stefano Bianchi -perchè
l’edilizia lavora soprattutto
per grandi appalti pubblici. C’è più
controllo. Il vero problema di Roma è
una miriade di piccole o piccolissime
imprese nel turismo e nel commercio.
Se la media dei dipendenti per
impresa è in Italia otto, a Roma si
scende a cinque. Siamo lontani dall’articolo
18. Le verifiche trimestrali ci
danno condizioni diverse: irregolarità
forte, fino al trenta per cento, nel
commercio e nell’artigianato, molto meno
nell’impresa manifatturiera…». E
le colpe del “pubblico”? «Poco prima
del Giubileo abbiamo vissuto due
esperienze un po’ traumatiche che
hanno dato vita ad accordi separati.
La prima riguarda l’azienda della nettezza
urbana, che in previsione del
forte afflusso di turisti aveva giudicato
di dover assumere duemila perso
ne, confinandole però in un azienda
separata a condizioni peggiori. Non
firmammo quell’accordo, al contrario
di Cisl e Uil. Scoppiarono polemiche,
anche in consiglio comunale. Si
cambiò strada, assumendo quelle persone
con un contratto di apprendistato.
Ora, dopo due anni, si è sottoscritto
l’accordo per la stabilizzazione. Il
secondo caso fu simile al primo, que
sta volta con l’azienda dei trasporti,
per il personale di stazione della metropolitana…».
EMIGRANTI. Di nuovo emigranti.
«La colonizzazione – dichiara un
imprenditore italiano in Romania, T.
Z., – ha conosciuto tre fasi. I primi
che sono arrivati, dieci anni fa, erano
disperati: scappavano da un fallimento
o da una moglie brutta. Poi sono
arrivati gli avventurieri. Infine sono
venuti quelli che cercavano affari veri».
Spiega la propria scelta: «Ho quattrocento
formiche lavoratrici romene,
che lavorano per un decimo dello
stipendio italiano, zero minuti di scioperi
in un anno, zero problemi ecologici, nessun
sindacato, libertà di licenziamento».
L’Italia è al primo posto per numero di aziende
in Romania (più di novemila), al quinto posto
per il valore del capitale investito (quattrocento
milioni di dollari). Ma gli italiani
ormai temono gli aumenti salariali,
nuove norme contrattuali. Il paradiso
sarà un po’ meno paradiso.
VITTIME E NO. Vittime o meno
della flessibilità. Distinguiamo tre tipi
di flessibili: chi ha una professionalità
alta, agilità nel mercato, forte potere
contrattuale; giovani che si avvicinano
per la prima volta al lavoro, si
accontentano di un lavoro a tempo
determinato, rinviano la scelta definitiva;
lavoratori che vivono così processi
di esternalizzazione, prima subordinati
ed oggi parasubordinati, seguendo
una mansione che la loro azienda
di origine ha deciso di affidare a società
o a nuove società esterne. Si dovrebbero
aggiungere i doppio lavoristi,
quelli cioè con un lavoro proprio che
svolgono un secondo lavoro, fuori ovviamente
dai contratti. Rientrano nella
zona scura del sommerso, che ha
una doppia faccia, come spiega Antonio
Panzeri, segretario della camera
del lavoro di Milano: quella della disperazione
e quella del darwinismo
da opulenza.
TROPPO RIGIDI. Di flessibilità ce
n’è, secondo Antonio Panzeri. Sia in
entrata, con i nuovi contratti interinali
o atipici, sia in uscita, con la mobilità
e la cassa integrazione. Se si pensa
che in un anno a Milano tra le centoventi
e le centotrentamila persone
cambiano lavoro: altro che staticità
del mercato. Il rischio è un eccesso di
precarizzazione. Per questo ci siamo
battuti per difendere l’articolo 18. Se
si aggiunge che a Milano e provincia
il 92 per cento delle aziende va da uno
a nove dipendenti, del tutto indifferenti
quindi all’applicazione dell’articolo
18, anche nel caso volessero crescere.
«Manca invece la flessibilità durante…»,
spiega Panzeri. Mancano
cioè una discussione, un impegno per
«rendere duttile l’apparato produttivo»,
per agire su orari e formazione.
La verità è che si è sempre pensato ai
costi e poco alla qualità: «Dobbiamo
innovare dal punto di vista della cultura
dell’impresa per consentire più tutele,
più sicurezza, maggior attenzione
all’ambiente…». Chi è rigido, allora?
«È rigido il sistema milanese, perchè
è carente nelle infrastrutture, nei
servizi, perchè si viaggia a sei chilometri
allora, perchè la Regione e la Provincia
non hanno ancora istituito la
commissione sul lavoro nero, perchè
non c’è sostegno alle politiche sociali,
perchè chi lavora soffre uno stato di
insicurezza».