Il 65% del deficit previdenziale è al Sud

21/01/2004


21 Gennaio 2004

Il 65% del deficit previdenziale è al Sud
Rapporto del Cnel: primi effetti delle riforme degli Anni 90
ROMA
«Il 65,1% del deficit tra entrate contributive e uscite per prestazioni è attribuibile al Sud, il 22,9% al Nord e il 12% al Centro». È il dato più eclatante del Rapporto sulla regionalizzazione del bilancio previdenziale elaborato e presentato, ieri al Cnel, dal sottosegretario al Welfare Alberto Brambilla. La fotografia è relativa al 2001 e tiene conto degli effettivi flussi di cassa regione per regione. La considerazione di fondo è che «il trend dimostra che le riforme degli anni ’90 hanno cominciato a generare effetti positivi». Anche se il saldo delle regioni è, con poche eccezioni, «negativo e in peggioramento» rispetto all’anno precedente.
Il rapporto tra macroaree geografiche è sostanzialmente indentico, nel 2001, a quello registrato nel 1980. Evidenza che porta a Brambilla a presentare così il rapporto: «È un Paese che non è mutato e ripropone negli stessi termini di 22 anni prima un inaccettabile dualismo. L’insufficiente capacità contributiva nel Mezzogiorno è strutturale: se il Sud non si sviluppa, sarà tutto il Paese che andrà verso un declino economico. Un declino che appare più di pensiero che economico». Le conclusioni portano ad individuare alcune soluzioni: contributivo per tutti, lotta all’economia sommersa. E soprattutto separazione tra le due componenti della spesa: il Rapporto la pone come una domanda, «è previdenza o assistenza?».
I dati, in primo luogo. Agli estremi ci sono la Lombardia e la Sicilia: un saldo attivo di 736 milioni di euro a fronte di uno passivo per 5,4 miliardi. Tra le regioni non in rosso ci sono anche (e solo) il Lazio, in attivo di 350 milioni, e il Veneto, di 23,3. Il rapporto tra entrate e uscite, o tasso di copertura, è «abbastanza equilibrato» al Nord e al Centro: nel Settentrione le prestazioni erogate superano dell’11% i contributi versati, nelle regioni centrali del 17%.

Al Sud, il rapporto precipita: più 166%. Nello specifico, nel Lazio a 100 euro di prestazioni corrispondono 104 euro di copertura, in Lombardia 103, in Veneto 100. All’opposto della classifica la Calabria, con un tasso di copertura del 24,3%, e la Sicilia, 31,7.
Il Rapporto evidenzia una correlazione «diretta» tra l’andamento dei saldi regionali e la tipologia delle prestazioni erogate così come l’esistenza di lavoro irregolare. Il deficit, in sostanza, cresce dove la spesa pensionistica è assistenziale piuttosto che previdenziale; e dove il sommerso prospera.
Due considerazioni quasi ovvie, che trovano però conferma nei numeri. Lombardia e Calabria sono in questo senso due casi-scuola, non solo le Regioni dove (rispettivamente) il “tasso di copertura” delle prestazioni è più e meno elevato.
Base comune per il raffronto sono 100 prestazioni erogate: in Lombardia, 60 sono di tipo previdenziale (23,5 per pensioni di anzianità), in Calabria 32 (1,1 di anzianità); in Lombardia 6,8 sono trattamenti di invalidità e 9,5 di carattere assistenziale, in Calabria 26,8 di invalidità e 18,3 assistenziali.
Il Rapporto Brambilla individua solo le «prime conclusioni». Numero uno: sul sistema previdenziale continuano a pesare le «promesse del passato insite nel vecchio metodo retributivo», che nel 2025 determineranno ancora il 50% delle uscite. Soluzioni: separare la previdenza dall’assistenza, estendere il contributivo a tutti, avvicinare le aliquote tra lavoratori dipendenti e autonomi ma «soprattutto un aumento del tasso di occupazione regolare, dove per regolare si intende occupazione che paga contributi pieni.