Il 2004 sarà l’anno della riforma

12/01/2004



      Sabato 10 Gennaio 2004
      Il 2004 sarà l’anno della riforma

      Politica dei redditi – Le richieste salariali smentiscono i parametri fissati dall’accordo del luglio ’93



      ROMA – Una diserzione di massa dalle regole del ’93. Se Luigi Angeletti, leader della Uil, parla dell’inflazione programmata come di «una categoria dello spirito» lo fa a ragion veduta. Negli ultimi rinnovi contrattuali non c’è categoria sindacale che abbia preso come punto di riferimento il tasso di inflazione programmata per gli aumenti salariali (come previsto, appunto, dall’accordo del ’93). Ormai, gli incrementi si calcolano sulla base dell’inflazione tendenziale e ancora non basta. La vicenda degli autoferrotranvieri fa scuola. L’accordo tra sindacati confederali e Governo rinnegato con gli scioperi dai Cobas – ma anche dagli iscritti a Cgil, Cisl e Uil – è un segnale preoccupante. In fondo, la storia dell’accordo del luglio ’93, che ha inaugurato la politica dei redditi, comincia proprio così. Con la competizione salariale e gli scioperi scatenati dagli autonomi. Con un malessere sociale che andava governato senza innescare nuove spirali inflattive. «Ora però quegli anni sono passati. Oggi – dice Angeletti – la priorità non è combattere l’inflazione ma la crescita e la difesa del potere d’acquisto dei salari messo in discussione dal Governo con tassi di inflazione programmati che non hanno nulla a che fare con la realtà dei prezzi». E allora? «Allora, il 2004 – dice il leader Uil – è l’anno della riforma dell’accordo del ’93. Che vuol dire, innanzitutto, cancellare come parametro per gli aumenti l’inflazione programmata e usare invece quella tendenziale». Non subito. Prima ci sono delle scadenze, come quella del rinnovo dei vertici di Confindustria. Poi comincerà una sessione di studio tra sindacati anche perché le ricette di Cgil, Cisl e Uil continuano a essere diverse. Le confederazioni di Pezzotta e Angeletti sono propense a spostare il peso "economico" dei contratti al secondo livello, aziendale o territoriale. Per la Cgil, invece, l’importanza del contratto nazionale deve restare intatta. Una prima prova c’è stata con gli artigiani. Mesi di negoziato, un’intesa scritta, un passo dalla firma separata senza la Cgil. Poi si blocca tutto. Il clima unitario delle confederazioni, tenuto dalla vertenza sulle pensioni, non consente strappi. Soprattutto su un tema centrale per il sindacato come la riforma contrattuale. In quell’intesa – che ora è rimasta congelata – si prevedeva la possibilità di dare maggior forza al secondo livello (territoriale) legando gli aumenti anche al costo della vita locale. Insomma, un federalismo salariale vero. Nonostante le divisioni sindacali, la riforma della contrattazione è all’ordine del giorno. Il caso degli autoferrotranvieri preoccupa i tre segretari generali alle prese con la gestione di un problema nuovo. Se per dieci anni, infatti, gli ingranaggi dell’accordo di luglio hanno funzionato, ora il motore si è inceppato. E non basterà solo rinviare le responsabilità al Governo colpevole di aver disatteso quegli accordi non controllando le tariffe. E soprattutto fissando tassi di inflazione programmata assolutamente «irrealistici», come dice Savino Pezzotta, cioè la metà del costo della vita. Il punto è che già i contratti che si sono appena rinnovati e quelli su cui sono già partite le trattative (vedi articolo accanto) hanno già disatteso le regole del luglio ’93. C’è quindi l’esigenza non solo di governare un malessere legato ai salari ma di ufficializzare regole nuove che stanno nascendo nella pratica contrattuale. Anche a costo di passare in mezzo alle diverse impostazioni di Cgil, Cisl e Uil. Il negoziato sui nuovi assetti è materia squisitamente sociale, dunque di sindacati e imprese. Ma anche il Governo ha un ruolo in partita. I contratti pubblici sono infatti a carico della spesa statale e non è irrilevante, nella decisione del tasso di inflazione programmata, mettere in conto il costo pubblico da riservare ai rinnovi della pubblica amministrazione. È questa la ragione principale per cui l’Esecutivo non vuole, oggi, mettere in discussione quell’1,4% di inflazione programmata previsto per il 2004. Contestualmente, però, non è partita alcuna ricognizione sulle dinamiche della tariffe nazionale e locali amministrate dallo Stato o dagli enti locali. Nè un monitoraggio sui prezzi. Il Governo, fin qui, si è limitato a mettere sul banco degli imputati l’euro. Ma lasciare che sia la moneta europea il capro espiatorio dell’impoverimento dei redditi non basta.

      LINA PALMERINI