Il 14 luglio della Cgil

14/07/2005

    giovedì 14 luglio 2005

      EDITORIALE

        UN ANNO DOPO

          Il 14 luglio della Cgil

            Cgil ai padroni: salari e contratti non si toccano». Liberazione, organo ufficiale di Rifondazione comunista, è un giornale che va letto con attenzione non solo quando scrive del partito di Bertinotti ma anche quando parla di Cgil. Gli umori più profondi – e a volte meno confessabili – del sindacato più grande (e più rosso) d’Italia, infatti, vi sono quasi sempre fedelmente e intelligentemente riportati. Come nell’apertura del giornale di ieri, appunto.

            Un titolo che suona come un avvertimento inviato a suocera (Confindustria) anche perché le nuore (Cisl e Uil) intendano. E’ passato un anno esatto infatti da quell’ormai famoso “14 luglio” che, nella memoria di chi si occupa di questioni sindacali, non corrisponde all’anniversario della Rivoluzione francese, ma al giorno in cui il segretario di corso d’Italia Guglielmo Epifani prese il cappello e sbatté la porta, alzandosi da quel tavolo convocato a casa dei “padroni” (in viale dell’Astronomia) ma che vedeva sindacati confederali da un lato e Confindustria «nuovo corso» dall’altro seduti per la prima volta da tempo intorno a un tavolo.

              Obiettivo dell’incontro, che abortì ancor prima di nascere, era di gettare nuove basi alle relazioni industriali del nostro paese dopo anni di sordità della Confindustria «vecchio corso». Ma Epifani si alzò e se ne andò con i suoi, perdendo un’occasione forse storica. Un anno è passato da allora, e, come direbbe il compagno Ernesto Che Guevara, in un anno «non siamo stati da nessuna parte». Almeno per quanto riguarda la riforma degli assetti contrattuali, perno cruciale ma ancora inaffrontabile, a causa del veto imposto ieri come oggi dalla Cgil. Assieme, s’intende, a una nuova, sana, politica dei redditi che permetta il recupero del perduto potere d’acquisto di salari e pensioni. Certo, oggi a differenza di un anno fa la Cgil si dice – e dice alla Cisl e alla Uil, ma certamente non a Confindustria – «pronta a discutere». Ma a modo suo. Il segretario confederale Paolo Nerozzi, che con la Fp, la Fiom, la Flai e gli alimentaristi, rappresenta l’anima più radicale (e forse genuina) della Cgil, non ha dubbi: «Padroni e governo vogliono far pagare la crisi ai lavoratori; un’intesa è possibile ma solo se il potere d’acquisto delle retribuzioni aumenta, non diminuisce», spiega. Cisl e Uil credono che solo spostando il baricentro della contrattazione dal primo al secondo livello (senza scardinare il contratto nazionale) si raggiunga l’obiettivo, la Cgil no. Perché la riforma della contrattazione non ha alcuna voglia di farla. Almeno non prima che un governo più che amico vinca le prossime elezioni.