Ikea: Sciopero in salotto

28/11/2000



   

26 Novembre 2000


 
Sciopero in salotto
Mobilitazione nazionale all’Ikea per minimi d’orario, lavoro domenicale e premi
FRANCESCO PICCIONI

Pugno di ferro in guanto di velluto. E’ la filosofia aziendale dell’Ikea, la multinazionale svedese dell’arredamento che ha aperto già sette "negozi" in Italia. E lo si capisce. Ingvar Kamprand, il fondatore (nel ’43), era stato un disinvolto collaborazionista dei nazisti; ma poi, in Svezia, la socialdemocrazia aveva governato ininterrottamente per oltre 40 anni. Un’esperienza da cui il management Ikea ha tratto il rispetto per la presenza sindacale (ma con il blocco della "carriera" per i delegati) e l’abitudine a contrattare tutto. Ma senza regalare davvero nulla.
Ieri la rete di negozi è stata attraversata da uno sciopero nazionale. Solo nella sede di Roma, ieri mattina, tutto continuava come al solito. Uno dei "capi", di guardia a una delle uscite, poteva addirittura assicurare di non aver proprio sentito parlare di scioperi. I sindacati sapevano che Roma, appena aperta e senza una struttura di delegati all’interno, difficilmente avrebbe portato una partecipazione significativa. Ma non era comunque un bel vedere. Del tutto opposta la situazione nelle altre città. A Corsico e Carugate, hinterland milanese, la percentuale di scioperanti ha toccato rispettivamente l’80% e il 60%. Se vi sembra poco, pensate che è una cifra doppia a quella registrata per lo sciopero sul contratto. A Genova si sono fermati il 70% dei lavoratori; a Brescia l’80% e a Torino il 60%. Mentre da Bologna non arrivavano cifre precise. Al centro della mobilitazione soprattutto tre punti: portare il minimo orario dei
part time a 20 ore settimanali, contrattazione del lavoro domenicale in sede di filiale e l’elevazione del "premio di partecipazione" a tre milioni annui.
Il "pugno di ferro in guanto di velluto" svedese, infatti, si articola attraverso una rigida gerarchia interna ai lavoratori: solo chi diventa un "capo" può realisticamente aspirare a un impiego
full time e a uno stipendio "vero". Tutti gli altri sgomitano fianco a fianco in un oceano di differenziazioni su orari e forme contrattuali. Accanto a una quota maggioritaria di part time a tempo intederminato c’è un 17% di assunti a tempo determinato e un 13% di interinali (proprio in previsione della forte adesione allo sciopero l’Ikea aveva fatto entrare questa settimana altri "interinali" con contratto per 10 giorni, il minimo stabilito dalla legge).
Ovvio, in queste condizioni, che gli scioperanti si siano concentrati pressoché esclusivamente nella fascia dei lavoratori
part time con contratto a tempo indeterminato. Il meccanismo di dipendenza stabilito dal "modello Ikea", infatti, prevede una vasta modulazione del part time, da un minimo di 16 ore settimanali fino ad oltre 30. Il "sogno", lungo il percorso di identificazione progressiva con le ragioni e le finalità dell’azienda, è arrivare alle 40 ore, allo stipendio pieno. Il problema sorge dopo qualche tempo che un "negozio" è stato aperto: l’"ascesa al cielo", per ovvi motivi di intasamento nei posti di "capo", si blocca e solo allora molti lavoratori si accorgono del trucchetto, vecchio quanto mondo. Al punto che l’azienda si è dovuta inventare un "progetto vivaio", una sorta di contenitore per "aspiranti capi" che non possono diventare tali.
Nella giornata di ieri, perciò, hanno lavorato solo "capi" e "aspiranti", oltre a interinali e contrattisti a termine. A Genova (dove gli scioperanti hanno offerto pizza e vino ai clienti, insieme al volantino) i capi si sono dovuti mettere alle casse, "a farsi il mazzo". A Corsico, invece, hanno preferito concentrarsi nel magazzino, per assicurare i rifornimenti allo
showroom, mentre alle casse sgobbavano gli interinali e i "vivaisti" piroettavano ai terminali. Ma già si pensa ad altre iniziative, per sbloccare la vertenza.