“Ikea” Non si vive di solo part-time

21/11/2005
    domenica 20 novembre 2005

    Pagina 16 – Economia & Lavoro

    Ikea, non si vive di solo part-time

      Tra il 70 e l’80% degli addetti ha contratti orari settimanali. L’imposizione dei week end

        di Luigina Venturelli / Milano

          UN’ICONA – Sarebbe ingeneroso definirla una semplice azienda di arredamento. Come scritto recentemente dal settimanale americano Business Week, Ikea è piuttosto «un artefice dello stile di vita della gente», un’icona globale di design a basso prezzo, una scelscelta con cui i clienti intendono esprimere il loro «essere arrivati, avere buon gusto, riconoscere il valore delle cose». Difficile contraddire l’apologia: con i suoi 160 milioni di copie per il 2006, il catalogo Ikea è il libro più stampato al mondo, unica iniziativa editoriale ad aver mai strappato il secolare primato alla Bibbia.

            Il marchio è forte e conosciuto, l’azienda è solida e in continua espansione; si pensi ai 18 miliardi di dollari di fatturato previsti nel 2005 nei 226 negozi sparsi in 33 Paesi al mondo. Ma il lavoro? È ambito, sicuro, ma tragicamente part-time. Per incontrovertibile scelta aziendale.

            «All’Ikea si sta bene, l’ambiente è giovane, dinamico ed informale – racconta Franz, dipendente di Genova – ma con contratti da 16 o da 18 ore settimanali nessuno ci tira la fine del mese. Abbiamo provato tutti a chiedere il tempo pieno, ma la risposta è sempre quella: non c’è spazio. Anche se in ogni reparto veniamo affiancati da nuove persone, prese a tempo determinato ma a ciclo continuo».

              Nei nove negozi che Ikea ha finora aperto in Italia lavorano poco meno di 5mila persone (saranno 10mila nel giro di cinque anni a seguito di nove nuove aperture). Escludendo responsabili e capi-reparto, la quasi totalità degli addetti è part-time, con percentuali che oscillano tra il 70% e l’80% della forza lavoro a seconda dei punti vendita considerati. «Se si escludono gli studenti che fanno solo i weekend – continua Franz – abbiamo tutti un secondo lavoretto, spesso in nero, per mettere insieme un normale stipendio mensile. Qualcuno fa il cameriere, qualcun altro l’imbianchino, niente di che: con gli orari irregolari e incostanti che abbiamo, è difficile conciliare due impieghi diversi».

                Tanto più che il problema non riguarda solo l’imposizione del part-time, ma anche le diseguaglianze e l’eccezionale brevità che lo caratterizzano. Innanzitutto tra vecchi e nuovi assunti passa lo spartiacque delle domeniche obbligatorie: per i primi sono previste due domeniche al lavoro su tre, pagate con una maggiorazione oraria del 130%; ai secondi sono imposti tutti i weekend del mese e con una maggiorazione oraria del 30%. «Alla fine del mese la differenza in busta paga tra i dipendenti della prima e dell’ultima ora supera anche i 200 euro» tira le somme Francesca, neo-assunta in uno dei negozi milanesi.

                  Inoltre da Ikea molti contratti sono da 16 o 18 ore settimanali da ripartire solo su sabato e domenica, nei casi più fortunati da 20 o da 24 ore settimanali da ripartire su tre giorni. «I collaboratori con uno spiccato e sincero orgoglio d’appartenenza», come recita il cartello-obiettivi affisso nei locali riservati al personale, rischiano così di dover lasciare l’azienda a cui «orgogliosamente» appartengono: se agli addetti a 24 ore è assicurato uno stipendio mensile che non arriva ai 600 euro mensili, è facile immaginare quanto le altre retribuzioni a tempo parziale siano inadeguate per chi del proprio lavoro deve vivere.

                    «È in fase di rinnovo il contratto integrativo del gruppo – spiega Flora Carlini, dirigente nazionale Filcams Cgil – per il quale stiamo cercando un accordo che alzi gli orari di lavoro dei dipendenti part-time. In particolare chiediamo contratti minimi da 20 ore settimanali, riservando quelli da 16 ai soli studenti che ne facciano richiesta. Purtroppo Ikea è tanto organizzata sul part-time quanto i suoi dipendenti vorrebbero ottenere un full-time piuttosto che cercarsi un secondo lavoro».

                      La conferma arriva dal responsabile delle risorse umane di Ikea Italia, Alessandro Gallavotti: «Il part-time corrisponde ad una necessità dell’azienda. I nostri negozi sono aperti al pubblico sette giorni su sette a orario continuato, il che significa 80 ore settimanali a cui vanno aggiunte altre 60 ore settimanali a porte chiuse per il riempimento e la messa a punto dei negozi. Abbiamo inoltre dei picchi incredibili nel weekend, quando si presentano quotidianamente 20mila visitatori e siano anche costretti a chiudere l’affluenza per ragioni di sicurezza. La gestione di tanti part-time è molto complessa, ma è l’unica compatibile con le esigenze di questa azienda».