Ieri. E domani? – di Paolo Franchi

25/03/2002






IERI. E DOMANI?

di PAOLO FRANCHI

      L’aggettivo migliore lo ha trovato il vecchio Vittorio Foa, uno spirito libero che il sindacato e la sinistra li conosce come le sue tasche: sorprendente. Non solo perché, per partecipazione, per combattività, ma anche, diciamolo pure, per compostezza, la manifestazione romana della Cgil ha superato tutte le aspettative di una vigilia resa drammatica dall’assassinio di Marco Biagi. Ma soprattutto perché ha rivelato agli occhi dell’opinione pubblica italiana, ivi compresa quella più lontana dalle ragioni e dai sentimenti di chi è venuto a Roma rispondendo all’appello della più grande confederazione sindacale, una realtà per nulla scontata. La realtà di una parte assai considerevole del mondo del lavoro che a torto o ragione si considera sotto schiaffo, e intende, nonostante le molte sconfitte subìte, tornare a farsi sentire, a contare, a dire la sua. E la realtà di una Cgil che una simile Italia (antica, certo, ma anche nuova, almeno a giudicare dal gran numero di ragazze e di ragazzi presenti in piazza) si trova a rappresentarla.
      A rappresentarla forse oltre le proprie capacità e i propri meriti, ma sicuramente di più di una sinistra politica che, usiamo pure questo cortese eufemismo, continua a segnare il passo.

      Inutile girarci attorno: con buona pace di molti dirigenti dell’Ulivo, di questo mondo Sergio Cofferati sembra proprio il leader naturale. In primo luogo perché alla sua gente dice le parole che questa vuole sentirsi dire, e da lui si aspetta. Solo chi soffre di allucinazioni può scambiarlo per un pericoloso estremista e per un predicatore d’odio. Al contrario, il «Cinese» rassicura, per quanto sa e può, tanta parte della sinistra proprio perché parla l’unico linguaggio che, non essendone stati inventati di nuovi, le resta, quello della tradizione della Cgil, che tutto è stata ed è fuorché massimalistica, come dovrebbe sapere chi abbia una qualche nozione, anche rudimentale, della storia italiana. Il rischio, per Cofferati e per l’Italia di Cofferati, è semmai esattamente opposto. E cioè quello dell’arroccamento, della chiusura conservatrice (magari anche nobilmente conservatrice) rispetto a cambiamenti del mercato del lavoro, del sistema delle garanzie, delle relazioni industriali, che la forza delle cose iscrive d’autorità nell’agenda politica del Paese, e che forse non chiedono né di essere osannati come una panacea universale né di essere contrastati quasi fossero il Male Assoluto, ma piuttosto di essere contrattati e governati.
      Sbaglia chi si rivolge alla Cgil, ma anche alla Cisl e alla Uil, nella logica del prendere o lasciare, o dà l’impressione di farlo; e sbaglia chi rappresenta una parte grande del riformismo italiano, qual è, e non da oggi, la Cgil, alla stregua del nemico numero uno delle riforme. Ma è lecito chiedersi, e chiedere a un dirigente sperimentato come Cofferati, quale uso intende fare di una così forte mobilitazione di energie, di passioni, di speranze. Capita infatti, al «Cinese», di ritrovarsi in una situazione assolutamente inedita e obiettivamente contraddittoria, la situazione di chi è, nello stesso tempo, il leader in uscita del sindacato e della sinistra sociale e il leader potenziale della sinistra politica.
      Questa situazione si riflette anche sulla durissima partita che si è aperta a proposito dell’articolo 18, di uno scontro per molti aspetti simbolico, certo, ma non per questo meno appassionato, anche perché, tra le molte cose che chiama in causa, c’è anche il profilo della sinistra prossima ventura. Cofferati è il primo a sapere, almeno così supponiamo, che, quando ci si impegna tanto duramente in una vertenza politico-sindacale di così forte rilievo, occorre anche avere chiaro verso quale sbocco, o per essere più chiari verso quale possibile compromesso (perché questo il sindacato fa, lotte, trattative e compromessi) si intende portare il vasto e combattivo movimento che si è messo in campo: perché le ricadute potrebbero essere devastanti. Ci sono autorevoli dirigenti della Cgil che indicano come obiettivo la caduta del governo, ed è probabile che molti tra i manifestanti di ieri la pensino allo stesso modo. Cofferati ha posto sotto accusa tutto il «modello neoliberista» del centrodestra, ma si è ben guardato anche solo dall’alludere a una simile prospettiva, alla quale, giureremmo, non crede. Forse è presto per chiederglielo. Ma ci piacerebbe sapere se queste domande se le è poste, e quali risposte si è dato.