Idriss: “Io, un migrante fortunato”

01/09/2005

    Comunità Solidali

    Comunità Solidali n. 2 – 3 del 12/07/2005

    Pagina 6

    Idriss: “Io, un migrante fortunato
    Ma l’11 settembre ha cambiato tutto”

      di Rita Re

        Da studente di Farmacia a dirigente
        della Filcams Cgil in soli diciotto anni
        “Difficile l’integrazione istituzionale”

          “Mi posso definire un migrante fortunato”. Così rompe il ghiaccio. Parla l’italiano perfettamente, è cordiale e disponibile. Si chiama Idriss Elshafie.
          Islamico, partito dal Sudan diciotto anni fa, destinazione Italia, per motivi di studio. Si iscrive in Chimica e tecnica farmaceutica. Non ha bisogno di
          lavorare perché i genitori gli inviano i soldi. Poi la guerra del Golfo, l’embargo al Sudan e la sua vita cambia radicalmente.

          E allora ha bisogno di lavorare e trova occupazione alla Cgil. Ma a lungo andare il lavoro non gli permette di concentrarsi sullo studio e quindi lascia l’Università. Adesso è responsabile provinciale dell’immigrazione per la Cgil,
          membro del direttivo Filcams, (Federazione italiana lavoratori, commercio e servizi) al cui interno si occupa dei lavoratori del Terzo Settore, e membro del
          comitato scientifico del Cesv. “Non ho avuto particolari problemi di integrazione con i colleghi, prima di Università e poi di ufficio, anche perché – dice – è facile che si trovino connazionali con i quali affrontare lo scoglio
          del primo impatto”. I veri problemi riguardano l’integrazione istituzionale, soprattutto a livello di prima accoglienza: “Nessuno negli uffici parla la nostra lingua. Specialmente nei primi periodi, per gli stranieri questo costituisce un grande problema”.

          Tanto la Costituzione italiana che quella europea, pur se non ancora ratificata, prevedono norme a tutela delle minoranze, ma Idriss non è cosi ottimista:
          “Le norme ci sono, ma sono spesso disattese. Esistono anche tanti trattati internazionali, quello che manca è la volontà”.

          Nonostante tutto, ricorda, l’Italia è un Paese molto attento, a livello legislativo, ai problemi che investono gli immigrati. Tuttavia, osserva con rammarico, la legge Bossi-Fini “ha rovinato tutti i progressi fatti fino ad oggi”. Poi, quando viene toccato il tasto dell’11 settembre, l’atmosfera cambia. Il suo volto si scurisce. Idriss esita per un attimo, con gli occhi grandi, fissi su qualcosa che forse non esiste, come se stesse ripercorrendo questi quattro anni. E il dolore e la rabbia riaffiorano lentamente. “Non ho mai voluto parlarne – rivela -
          Cos’è cambiato? Tutto”.

          Confessa di aver subito compreso la gravità di quell’evento, che con una semplicità disarmante definisce “la tappa conclusiva di un processo iniziato
          nei primi anni Novanta”. Parole dure, le sue, e piene di rancore: “Dopo la caduta del muro di Berlino, bisognava trovare un nuovo nemico contro il quale
          spendere risorse militari e industriali. Ed ecco individuato il nuovo obiettivo: il terrorismoislamico. Un’associazione di parole che lega una religione a un
          termine cosi brutto. E la colpa è anche dei media, che hanno fatto loro questa definizione, portandola ogni giorno nelle case delle persone, generalizzando. Tanto che adesso, se si parla di Islam, si pensa subito al terrorismo. E’
          terribile andare nelle moschee per pregare e trovare davanti la porta Digos e polizia. Ma la cosa più grave è che questo accadeva anche prima dell’11 settembre”.

          Cosa vuol dire? Significa che, per Idriss, si è avviato un processo di persecuzione dei cosiddetti ‘diversi’, sfociato nello sconcertante crollo delle Torri Gemelle. Ecco perché Idriss sorride con fatica. Ecco perché osserva con apprensione il futuro.