Icone di una festa: dal garofano a San Precario

03/05/2004

        sabato 1 maggio 2004
        Icone di una festa: dal garofano a San Precario
        Simboli di un secolo di lavoro tra anarchici, Labriola e «la Madonna», fino a Internet e i giovani fast-food
        Con l’approssimarsi della Festa del lavoro, che a Milano vedrà la terza May Day Parade europea in simultanea con Barcellona, è ricomparsa l’icona di San Precario, il santo protettore chiamato a vegliare sul destino del lavoratore flessibile, il cui statuto giuridico appare frammentato da una trentina di tipologie contrattuali atipiche. Il santo genuflesso in preghiera, spesso vestito con divisa da fast food o supermercato ma anche laureato e impiegato nel ‘cognitariato’ della comunicazione e della formazione, non è che l’ultima attuale incarnazione di un modello di rappresentazione simbolica che ha accompagnato il Primo maggio fin dagli esordi della festa.
        La propaganda democratica, socialista o anarchica di fine dell’Ottocento trovò nelle tecniche di stampa e riproduzione delle immagini un formidabile strumento di potenziamento della propria attività, andando incontro a un periodo di intensa attività e felice creatività: l’iconografia della festa/manifestazione di lotta operaia e socialista può svelare a uno sguardo antropologico attento non solo origini connesse a riti pagani di rinascita primaverile, ma anche a culti e liturgie cristiani e mariani. Sarebbe stato Antonio Labriola a dire nel 1892 come per gli strati popolari “il Primo maggio è un quissimile della festa della Madonna” e Camillo Prampolini orientava il socialismo, soprattutto nelle campagne, nei termini di una religiosità laica sul modello della tradizione cristiana.
        Lotta di classe, primo organo ufficiale del socialismo italiano proponeva in occasione del Primo maggio numeri speciali, ricchi di grafica, disegni e opere veriste, all’interno delle quali, insieme al rosso e prima delle falci e martello, particolarmente rilevante era la proposizione allegorica di tematiche religiose ed evangeliche; titoli di speciali come Redenzione e Campane a stormo non richiedono alcuna spiegazione, all’interno dei quali persino Filippo Turati poteva nel 1892 invocare una “madonna”, “figlia degli umani dolori”, a nome delle “mani industri che producono ogni cosa buona”.
        La preoccupazione educativa, volta a creare la coscienza di classe, si sostanziava in un costante richiamo alle radici culturali condivise fossero esse tradizione cristiana, miti classici, allegorie e personificazioni, senza dimenticare la simbologia rivoluzionaria francese e quella massonica: indimenticabili erano la Giustizia, la Verità o la Primavera, le cui spade trafiggevano il serpente mostruoso dell’oppressione e della sfruttamento.
        L’assorbimento delle culture precedenti veniva declinato e modulato sulla base delle sensibilità personali e delle necessità concrete: l’anarchico Inno del Primo Maggio di Pietro Gori era cantato sull’aria del coro del Nabucco verdiano e poteva fuorviare lo zelo della repressione poliziesca, e un analogo destino tocca a molte canzoni popolari insospettabili (addirittura Funiculì funiculà!).
        Il peso epico e tragico di una celebrazione commerativa e fortemente ritualizzata con l’uso di simboli riconoscibili, spesso caratterizzata da scontri violenti, si stemperava in molti contesti e a seconda dei momenti in un clima da sagra paesana dando vita a momenti tipici di quello che sarebbe in seguito divenuto ‘vacanza’; insieme a l’Avanti e l’Asino, ma anche da sole, erano vendute cartoline commemorative e tra il mate riale di oggettistica si annoverano “distintivi per le passeggiate operaie”: garofani di stoffa profumati da appuntare alla giacca, spille di Marx, Ferri, Turati, coccarde rosse o multicolori, medaglie decorate, fino al mitico ‘Cronometro del lavoratore’, un must del ferroviere.
        Se decisivi erano i manifesti, spesso caratterizzati da innovative e ardite soluzione grafiche di ottimo livello, non potevano mancare litografie per i salotti buoni della case, da sostituire alle immagini sacre o alle rappresentazioni borghesi, o per circoli, leghe, associazioni: le allegorie, alimentate da un’estetica verista che cederà presto il posto alla fotografia sociale, mostrano tutta la forza simbolica e decorativa di una fede nel socialismo di chi, come ha scritto tempo dopo Pietro Chiodi in tutt’altro contesto, “crede nel comunismo come i primi cristiani nella vita eterna”.
        Un’analoga domanda di giustizia sociale, mista a speranza nel futuro, abita nel 2004 lo sguardo, certo più amaro, cinico e disincantato di San Precario. Prega per noi.

          e.m.