Ichino, Boeri e la gabbia liberista sui salari (G.Cremaschi)

28/11/2007
    mercoledì 28 novembre 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 4) – L’editoriale

      Ichino, Boeri e la gabbia liberista sui salari

        Ora vedono vicino il sogno:
        abolire i contratti

          di Giorgio Cremaschi

            Con tempestiva sintonia Pietro Ichino, sul Corriere della Sera, e TitoBoeri, su La Stampa, intervengono sull’apertura del confronto tra Confindustria e sindacati sul sistema contrattuale. La loro tesi di fondo, non si offendano i due professori, riprende sostanzialmente la vecchia legge bronzea dei salari, caposaldo di ogni impostazione liberista e conservatrice. Secondo questa impostazione ogni aumento collettivo dei salari frena l’economia e ne impedisce la crescita. Solo il legame stretto tra produttività del lavoro e retribuzione garantirebbe un effettivo incremento della busta paga. Insomma, solo l’aumento dei profitti si può tradurre in aumento dei salari, come direbbe l’attuale presidente francese, guadagna di più chi lavora di più.

              Questi ragionamenti sono antichi, ma in Italia si ripropongono periodicamente quando sono in discussione il salario e i diritti dei lavoratori. Io li sentii la primavolta quando cominciò la campagna per l’abolizione della scala mobile. Campagna che durò diversi anni, dalla fine degli anni ’70 al 1992, passando attraverso il decreto Craxi che tagliava il salario dopo un accordo separato contro la Cgil. Chi allora nel sindacato, nelle imprese, nella politica era contro la scala mobile, spiegava che cancellando quest’istituto, le sue rigidità, i suoi automatismi, si sarebbe creato piùspazio per la contrattazione. È lo stesso ragionamento che oggiviene applicato al contratto nazionale. È finita l’epoca degli aumenti salariali a prescindere, ha proclamato recentemente il segretario generale della Cisl.

              Il riformismo sindacale è disposto a ridurre sempre di più il salario contrattato nazionalmente, con l’obiettivo di creare così maggior spazio per quello aziendale. Domanda: ma questo serve ad aumentare le retribuzioni? I fatti non lo dimostrano. Non lo dimostra la vicenda dell’abolizione della scala mobile, una delle cause della catastrofe delle buste paga in Italia, ma non lo dimostra nemmeno quello che sta avvenendo ora. La Federmeccanica, ad esempio, rispondendo alla richiesta salariale dei metalmeccanici di 117 euro di aumento per tutti, ne ha contrapposti 100, di cui però solo 66 per tutti i lavoratori, mentre gli altri 33 verrebbero dati mediamente a chi lavora di più, quando lavora di più. Per usare un esempio condiviso al tavolo della trattativa dagli stessi industriali metalmeccanici, se un operaio prende 330 euro di aumento perché fa molto straordinario e altri 9 lavorano le normali 40 ore non prendono nulla, la media dell’aumento sarà di 33 euro. Uno solo ci guadagna, tutti gli altri ci perdono. E il risultato finale è che il padrone paga comunque di meno.

              Potremmo fermarci qui, magari aggiungendo che sullo stesso quotidiano di Torino, sul quale esce l’articolo di Boeri, compare la notizia di fonte comunitaria che mette i lavoratori italiani in fondo all’Europa per i salari e in cima per gli orari di lavoro.

              D’altra parte siamo il paese degli infortuni sul lavoro, della fatica e delle ingiustizie sociali clamorose, il paese ove per vent’anni si è spremuto il lavoro fino a farlo arretrare di 10-15 punti nella distribuzione del reddito nazionale. Basterebbe questo per poter definire la riduzione del salario contrattato nazionalmente una scelta iniqua e regressiva.

              Vogliamo, però, aggiungere che la tesi di Ichino e Boeri è priva anche di validità teorica. Essa infatti nasconde il vero limite che in questi anni ha frenato la contrattazione e ha impedito al salario di crescere. Esso non è determinato dal contratto nazionale, ma dai vincoli che l’accordo del 23 luglio del 1993 ha imposto ad esso. Quell’intesa, abolendo la scala mobile, toglieva ogni copertura automatica ai salari, ma oltre a questo stabiliva un tetto alle rivendicazioni. Il sindacato non era libero di chiedere quello che voleva, il salario nei contratti nazionali non poteva aumentare più dell’inflazione programmata. Così, quando il sistema economico andava male le aziende potevano non rinnovare i contratti senza neppure pagare la scala mobile, mentre, quando il sistema andava meglio, il sindacato non poteva chiedere più dell’inflazione. Le perdite dei periodi di difficoltà così non venivano mai recuperate nei periodi di miglior andamento economico. Il sistema del 23 luglio è stato programmato proprio per ridurre il salario nazionale. Non è dunque il contratto nazionale a mettere in gabbia i salari, come invece sostiene il professor Tito Boeri, ma è la gabbia del 23 luglio che ha costretto quest’istituto a non seguire più l’andamento dell’economia. Certo, ci sono altre due cause determinanti nella catastrofe dei salari. Una è la precarietà del lavoro, l’altra è il sistema fiscale di classe che colpisce prima di tutto il lavoro dipendente. Ma resta il fatto che il freno al pieno funzionamento del contratto nazionale ha impedito la crescita delle retribuzioni.

              Oggi è proprio il contratto nazionale che siede sul tavolo degli imputati tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. Invece che il sistema concertativo che lo colpisce e lo frena, è il contratto stesso ad essere messo sotto accusa. È un classico rovesciamento tra l’aggressore e la vittima.

              Se si volessero davvero aumentare i salari in Italia, con il nostro sistema industriale, la frantumazione del lavoro, le piccole imprese e le diversità territoriali, bisognerebbe rafforzare il contratto nazionale, prima di tutto eliminando proprio quei vincoli che impediscono alla contrattazione di svilupparsi ed estendersi.

              Paradossalmente rischia di accadere l’esatto contrario: invece che liberare il contratto nazionale dalla gabbia del 23 luglio 1993, si mantiene questa gabbia e ci si libera del contratto. la concertazione affossa così la contrattazione e dà via libera alla totale individualizzazione del salario.

              Ichino e Boeri spiegano che i lavoratori devono accettare questo rischio, perché alla lunga se tutti lavoreranno di più il salario medio crescerà. Qui la tesi dei due professori è una favola campata in aria. Non c’è nulla che dimostri che così il salario è destinato a crescere. In realtà queste tesi non sono nuove, esse risalgono alle ideologie aziendalistiche degli anni ’50.

              Purtroppo l’arretramento dell’autonomia e dell’indipendenza sindacale, la subalternità di tanta parte della politica all’ideologia dell’impresa e del mercato, l’assenza di una forte battaglia di sinistra nel sindacato e nella politica, la crisi della Cgil, fanno sì che tesi sulle quali Bruno Trentin avrebbe, da autentico riformista, sghignazzato, divengano il pensiero unico che domina le relazioni sindacali. Dopo i dannidel protocollo sul welfare, i lavoratori italianinon possono davvero permettersi il lusso di perdere, con le stesse procedure e gli stessi discorsi, anche il contratto nazionale. Nel sindacato, nella politica, nella cultura bisogna dire basta a questa insopportabile deriva liberista.