Ichino: anno zero del lavoro

14/05/2007
    venerdì 11 maggio 2207

    Pagina 35 – Economia

      Ichino: anno zero del lavoro.
      Ora nuove regole

      La provocazione del giuslavorista: sono i dipendenti che devono scegliere i manager

      «Il lavoratore sostituibile è debole in ogni tipo di negoziato»

        Massimo Sideri

        MILANO — Scenari da un mondo rovesciato. «Il collettivo dei lavoratori di ogni impresa fa una scelta tutti i giorni: quella di non mandare a casa il proprio capo-azienda. E quindi, in caso di insoddisfazione, potrebbe anche cambiarlo e mettersi in cerca di un manager migliore». Quando Pietro Ichino inizia a parlare di come scardinare le «regole di Marshall-Hicks» e di employability

        e affronta tutti con la sua ricetta iperbolica nella sala Buozzi della Camera del Lavoro di Milano ci sono anche degli under 18 che prendono appunti. Si sono messi addirittura nelle prime file. E dietro di loro la città ha occupato a occhio e croce tutti i posti che erano disponibili. Sarà forse il senso di emergenza sociale per alcuni più giovani. Sarà la storica anima operaia di Milano, anche se le grandi fabbriche non ci sono più. Ma già sul tram numero 23 che dal Duomo porta al luogo del dibattito su «Lavoro e precariEtà» si incontra qualche pensionato con il programma dell’evento piegato in tasca.

        Ichino segue il corso del suo ragionamento certo di sapore un po’ riformista e provocatorio. «Questo mercato si basa su un paradigma: quanto più il lavoratore è sostituibile tanto più è debole nella contrattazione individuale e collettiva. È una delle regole di Marshall- Hicks (due tra i più noti economisti della storia, ndr): l’azienda sceglie, il lavoratore subisce e il sindacato nasce per correggere questa disfunzione» continua. Il punto per il giuslavorista è che il paradigma è vetusto. Vecchio. Nel migliore dei casi superato. E va scardinato. Il dipendente può permettersi di sbattere la porta e andarsene: è con questa mobilità, potenzialmente anche verso l’estero, che sceglie il datore che lo valorizza e con cui si trova bene. C’è un solo neo nel suo ragionamento che lui stesso riconosce: andarsene tutti insieme da un’azienda per ricollocarsi in un’altra sarebbe molto complicato ma qui dovrebbe essere il sindacato a tenere bassi i costi del passaggio.

        C’è ne abbastanza per scatenare la reazione dei due sindacalisti presenti al dibattito moderato dal direttore de

        Il Riformista Paolo Franchi. Il sociologo Bruno Manghi per un attimo sembra addirittura irritarsi. «Ma cos’è una requisitoria la tua? Sei mai stato a Melfi? Non dimentichiamo che la stessa Melfi è nata anche grazie al sindacato». E anche Susanna Camusso, segretario generale della Cgil Lombardia, interviene. Ichino in quel momento sta facendo un esempio concreto: quando nel 2000 la Fiat comunicò che voleva lasciare l’Alfa Romeo di Arese e contemporaneamente la Nissan annunciava di essere alla ricerca di un polo nuovo per la produzione della Micra in Europa perché non si ipotizzò nemmeno la candidatura della stessa Arese? Colpa anche di un sindacato che non sa rinnovarsi e dei paletti di una contrattazione nazionale. La Camusso non ci sta. «Il problema è che, ancora prima, forse, bisognava vendere l’Alfa Romeo alla Ford».

        Ma poi fa convergere il suo intervento sul precariato. O meglio sulla precarietà. «Come riescono le famiglie a sostenere dei figli che viste le difficoltà del lavoro devono andare via da casa a 35 anni? Come possono sostenere l’idea che per i figli non ci sia una situazione migliore rispetto alla propria?». Sono questi i veri drammi del mercato del lavoro per lei: la famiglia che è stata costretta a reinventarsi come ammortizzatore sociale. Ma anche su questo non c’è una vera convergenza. Come forse era destino in un dibattito così delicato dove peraltro il professore della Bocconi Stefano Liebman, che ha preparato il panel, ha puntato (consapevolmente), a riunire tre ottiche diverse: quella dei teorici che guardano le cose dall’alto della macroeconomia, dei sindacalisti e degli imprenditori che portano l’esperienza concreta delle storie delle persone e, dulcis in fundo,

        dei politici e dei pensatori delle ricette. Siamo sicuri che la precarietà non sia anche uno stato psicologico, e non per questo meno rilevante, si è interrogato Liebman? Un ragionamento portato alle estreme conseguenze da Bruno Contini, professore dell’Università di Torino che ha presentato a tutti una slide con una curva più che decrescente. Un vero crollo. «Tra 15 anni — ha affermato il professore forte delle sue proiezioni sull’uscita del lavoro della generazione del baby boom — ci sarà addirittura un’insufficiente offerta di occupazione. La forza lavoro crollerà dai 23,5 milioni attuali a 20 milioni. Una proiezione ottimistica perché considera già un processo di immigrazione. E a meno di un boom nella produttività media questo potrebbe portare a un collasso dell’economia». Come dire. Altro che precarietà. La disoccupazione giovanile è destinata ad estinguersi naturalmente. A chiudere i lavori ci ha pensato l’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu. Che da politico ha anche tirato fuori dal cilindro una ricetta di buon senso: perché non offrire ai giovani migliori che escono dalle Università, al posto di piccoli contratti rinnovati di tre mesi in tre mesi, un contratto magari di cinque anni che gli permetta di crescere senza per questo vincolare l’azienda subito a vita?