I volantini di Epifani a Mirafiori

13/06/2003





 
   
13 Giugno 2003




 

I volantini di Epifani a Mirafiori
REFERENDUM Il segretario della Cgil davanti ai cancelli della Fiat per la campagna per il sì all’estensione dell’art.18. Gli operai sperano nella vittoria, ma capiscono di avere contro il 90 per cento dei partiti

LORIS CAMPETTI
INVIATO A TORINO
Per favore, Guglielmo, me lo metti il tuo nome sulla tessera? Ho anche la firma di quello di prima, ma il compagno Sergio mi ha deluso». Epifani è impeccabile, giacca e cravatta sotto un sole che rincretinisce chi entra e chi esce dal Gigante e chi ai cancelli distribuisce volantini per il sì al referendum insieme al «compagno segretario». Firma tessere, parla con i delegati e le delegate, stringe la mano a operai e operaie che vivono nell’ansia e nell’insicurezza del futuro, si sentono abbandonati da tutti ma sono favorevolmente colpiti nel vedere, davanti all’inferno che si mangia la loro vita, il numero uno della Cgil: «Sono qui a Mirafiori – dice – perché questo è un luogo simbolico che oggi vive una fase di grande difficoltà». Da quanto tempo non venivi davanti a questa fabbrica, gli chiedo? «E’ da tanto, neppure me lo ricordo. E’ dal secolo scorso».

L’ha preso sul serio, Epifani, l’impegno a far vincere il sì a un referendum che né lui né la Cgil hanno voluto: «Un sì per estendere i diritti a chi non li ha, ma anche per tutelarlo per chi lavora in aziende con più di 16 dipendenti. Un sì per le riforme – aveva detto al mattino all’assemblea dei quadri piemontesi della Cgil e ripete ora ai cancelli – perché il referendum per l’estensione dell’articolo 18 è solo un passaggio. Poi andremo avanti e ci occuperemo dei parasubordinati e dei precari che neppure con la vittoria del sì sarebbero protetti dall’arbitrio dei padroni, che neppure hanno la cassa integrazione».

Se la vera nomina alla successione di un dirigente (allora) carismatico come Sergio Cofferati, Gugliemo Epifani l’ha conquistata con il direttivo in cui la Cgil ha scelto la strada del sì, il «volantinaggio» di ieri a Mirafiori ha l’incoronato segretario tra i lavoratori, nel luogo simbolo, appunto, di un lavoro sempre meno garantito. Operai senza certezze, senza contratto nazionale e aziendale, vittime più di qualsiasi altra categoria e di qualsiasi altra fabbrica di accordi separati firmati da minoranze sindacali e padroni prepotenti.

«Qui è tutto uno schifo», gli dice un’operaia prima di varcare il cancello e mostrare il tesserino al guardione. Alla porta 2, quella già mitica dei carrozzieri, entrano gli operai del secondo turno in un clima africano, sotto un sole che brucia tutto, anche le speranze di futuro. C’è chi sorride, chi prende il volantino, chi stringe la mano a Epifani, chi si ferma a raccontare i suoi problemi. Chi passa senza alzare lo sguardo, dribblando i volantinatori. Mirafiori è una bestia difficile, lo è sempre stata, oggi di più. Alle 14 si cambia porta, si va alla 20 dei meccanici che adesso si chiamano Fiat-Gm Powertrain. Stesse bandiere, rosse della Fiom e gialle del comitato per il sì. Rosi è una delegata pugliese, «la più votata», Epifani indovina dall’accento il paese d’origine.

Basta una domanda del segretario perché cominci a raccontare senza riprendere fiato, nonostante i cinquanta gradi al sole: «Dentro il grosso è per il sì. I militanti delle altre organizzazioni? Muti come pesci. Lo sai che il mio stipendio è di 1.014 euro ma più di 900 non ne trovo da tempo in busta paga? 170 ore di sciopero, in più mettici i tagli della cassa integrazione. In un anno abbiamo perso più di uno stipendio. Aveva ragione Lucio Battisti quando cantava che con lo stipendio non si arriva al 21 del mese. Uno in assemblea è venuto a dirmi: io sto non la Fiom, ma un altro sciopero non me lo posso permettere». Certo il 18. Certo gli scioperi. Però «io sono a Mirafiori da 10 anni, adesso ho anche moglie e un figlio – dice un operaio – e non ce la faccio ad andare avanti. 10 anni e non un solo passetto avanti».

Alla porta 20 esce il primo turno, molte le donne, il clima è più vivace che alle carrozzerie. E’ un clima caldo, tutti e tutte si fermano a parlare, a salutare. Epifani non fa comizi, non è nel suo stile. Parla con i suoi azionisti di riferimento, li ascolta. Un anziano meccanico quasi cade dalla bicicletta per prendere il volantino da Epifani e stringergli la mano. Si parla di altri 1.800 esuberi qui a Mirafiori, c’è poco da stare allegri. Con Fim, Uilm e Fismic che «firmano tutto quello che il padrone vuole firmato». Un sindacalista grida al microfono che «la democrazia non si può fermare ai cancelli della fabbrica». Non è per altruismo, mi dice un delegato dai capelli bianchi, che ci battiamo per estendere l’articolo 18 ai più sfortunati di noi. «E’ che se ci fottono, questa volta lo levano anche a noi. Prima l’articolo 18, poi il lavoro».

C’è chi dice che la foga e la convinzione con cui al mattino Epifani aveva parlato ai suoi quadri avesse anche qualcosa a che vedere con la delusione (l’incazzatura) per come si era concluso il direttivo dei Ds. «Non era mai successo che il 90% dello schieramento politico invitasse all’astensione per far fallire un referendum, che vaste organizzazioni di massa chiamassero al non voto. E’ troppo facile, nel caso di non raggiungimento del quorum, dire `abbiamo vinto noi’. Chi non partecipa non vince. E se non raggiungessimo il quorum, a incassare la vittoria sarebbero Confindustria e governo, non certo quei pezzi di sinistra» che hanno disertato. «E chi ha votato sì potrebbe sentirsi abbandonato dalle forze politiche».

Bisogna vincere, dice Epifani appellandosi a «una comunità dove si hanno valori condivisi», e comunque, «il numero di sì non sarà senza influenza». «La Cgil ha scelto di battersi per il sì – ricorda – perché altrimenti ci saremmo messi contro il sentimento prevalente tra i nostri militanti. Nel paese europeo in cui i licenziamenti di massa sono più facili, non è certo l’articolo 18 il problema per l’economia». Parlando all’attivo della Cgil piemontese, anche il girotondino Pancio Pardi si è schierato per il sì, anzi ha ammesso che nel suo movimento ci sono stati ritardi nel comprendere il valore del referendum la cui vittoria «può essere l’occasione per rilanciare la nostra azione».