I trenta denari della discordia (P.Ichino)

06/11/2007
    martedì 6 novembre 2007

      Prima Pagina – Editoriale

      Salari bassi e contratti difficili

        I trenta denari della discordia

          di Pietro Ichino

            «Dietro l’aumento unilaterale di 30 euro dato dalla Fiat ai suoi dipendenti c’è un attacco al contratto nazionale, che è l’elemento vero di eguaglianza», afferma Paolo Nerozzi, segretario nazionale della Cgil, su
            l’Unità del 29 ottobre. È difficile dissentire da questa lettura del gesto della Fiat, imitato nei giorni scorsi da molte altre imprese. Il messaggio che le aziende forti del Centro- nord lanciano a sindacato e lavoratori è sostanzialmente proprio questo: i salari aumentano di più e più facilmente se si consente che una parte maggiore di essi venga contrattata al livello aziendale.

              «Già, ma non ci sono solo le aziende forti! — obietta la Cgil —. Non svendiamo la solidarietà con i lavoratori più deboli per 30 denari ». Questo vuol dire Nerozzi con quell’accenno all’eguaglianza. I lavoratori delle grandi aziende lottano per un contratto nazionale che vale soprattutto per chi ha meno difese. Quanto alle aziende che non reggono nemmeno lo standard minimo nazionale — in questo ordine di idee — meglio che esse chiudano e che i loro dipendenti si trasferiscano dove il lavoro è meglio valorizzato.

                Il primo problema è che in Italia le aziende incapaci di rispettare lo standard nazionale non chiudono affatto. In quelle aziende lavorano almeno tre milioni di persone, se non quattro; e da decenni noi le lasciamo sopravvivere nell’economia sommersa, soprattutto al Sud. A quei lavoratori uno standard minimo nazionale di fatto disapplicato non serve a molto. Essi avrebbero bisogno, invece, di un sindacato capace di negoziare su tutto, a 360 gradi, al livello regionale e a quello aziendale, per attirare nel Mezzogiorno il meglio dell’imprenditoria mondiale.

                Il nostro sistema sindacale fortemente centralizzato, poi, funziona male anche al Nord. È sempre più difficile assoggettare rigidamente a una minuziosa disciplina dettata al livello nazionale aziende con strutture e livelli di produttività sempre più diversi. Questo è particolarmente evidente nel settore metalmeccanico, dove con un unico contratto si pretende di disciplinare inderogabilmente l’organizzazione del lavoro, gli orari e le retribuzioni dell’azienda aerospaziale come dell’ aziendina che produce posate, delle case di software come dei cantieri navali, o delle fonderie. Non c’è da stupirsi che il rinnovo di questo contratto arrivi sempre con grande difficoltà e fuori tempo: c’è semmai da stupirsi che si riesca ancora a stipularlo.

                Anche quando, poi, si riesce faticosamente a raggiungere l’accordo, si ottiene un risultato commisurato alla capacità delle aziende più deboli del settore. E si vincola l’intera categoria a un unico modello di organizzazione del lavoro e di struttura della retribuzione (quello dei metalmeccanici è rimasto invariato dal 1973!), impedendo la sperimentazione di modelli diversi, che potrebbero consentire aumenti rilevanti della produttività e del reddito.

                Certo, un contratto nazionale è sempre utile per tutte le imprese medio-piccole dove la contrattazione aziendale non ha corso. Ma sarebbe più facile rinnovarlo — puntualmente alla sua scadenza e senza tanti drammi — se gli affidassimo soltanto una funzione sussidiaria, di rete di sicurezza. Mentre tutti i lavoratori trarrebbero beneficio dalla possibilità di confronto tra modelli aziendali diversi in un sistema di relazioni industriali più aperto all’innovazione. Ai lavoratori pagati di meno può giovare molto la concorrenza nel mercato del lavoro di aziende che pagano meglio. Probabilmente più di quanto giovi loro il vecchio e faticoso rito del rinnovo di un contratto nazionale che pretende di regolare inderogabilmente tutto, ma proprio per questo è sempre in ritardo rispetto alle parti più dinamiche del tessuto produttivo.