I timori di Palazzo Chigi: tempi stretti, il voto è vicino

09/12/2003




lunedì 8 dicembre 2003

I timori di Palazzo Chigi: tempi stretti, il voto è vicino
      ROMA – Sarà vero che il governo non ha più «il timore della piazza», che «si è dissolta la sindrome del ’94». E sarà anche vero che dopo il vertice Ecofin «è mutato il quadro europeo», che «Francia e Germania sono in debito nei nostri confronti». Ma all’indomani della manifestazione sindacale di Roma, dietro le certezze espresse dai maggiori esponenti dell’esecutivo, si intravvedono le ansie e i timori di una coalizione alle prese con il nodo della previdenza. E nel centro-destra c’è chi non fa mistero del «pericolo incombente», perché – come avverte un rappresentante del governo – «sarebbe un suicidio se dopo l’annuncio televisivo di Berlusconi, la riforma delle pensioni non fosse varata. E sarebbe altresì un suicidio se fosse varata a ridosso del ciclo elettorale». Ecco quali sono i rischi. Ecco i motivi per cui palazzo Chigi aveva fissato dicembre come ultima data utile per approvare in Parlamento la delega affidata al ministro del Lavoro Maroni. I mesi successivi sarebbero serviti per dispiegare un’offensiva mediatica ed evidenziare la validità del nuovo sistema, così da farlo metabolizzare dall’opinione pubblica. L’obiettivo era chiaro: depotenziare gli effetti negativi della riforma nelle urne, attenuarne l’impatto in vista delle Amministrative e delle Europee. Lasciandosi alle spalle i malumori che in passato erano emersi nella maggioranza, quando in molti dissero che la legge andava fatta prima, che si erano persi due anni di legislatura.
      Ora è certo che la delega non potrà essere approvata dalle Camere prima di gennaio. C’è chi sostiene che, modificato il provvedimento al Senato, l’esecutivo potrebbe «blindare» il testo a Montecitorio, preparandosi a chiedere addirittura la fiducia: la Cdl non potrebbe mai permettersi di tornare a palazzo Madama. Gennaio dunque rappresenta l’ultimo mese utile, sebbene sia pericolosamente vicino alla zona rossa del «ciclo elettorale» primaverile. Riuscirà il governo a tenere questo nuovo ruolino di marcia? E in caso contrario come si comporterebbe? Perché la sfida delle Europee è decisiva per Berlusconi, che non può permettersi una sconfitta con l’Ulivo.
      Al momento nessuno nel centro-destra mette in conto l’ipotesi che l’esecutivo disattenda l’impegno, anche se si avvertono strane tentazioni sui tempi di approvazione della riforma. C’è chi ritiene infatti che «Tremonti potrebbe chiedere ai partner europei una certa elasticità: d’altronde noi siamo stati comprensivi con Parigi e Berlino, e loro adesso potrebbero essere comprensivi con noi se varassimo il nuovo sistema previdenziale più in là». Ma l’ala degli interventisti nella Cdl non accetta cedimenti, sostiene che «un’ipotesi del genere non esiste», e che «Tremonti tutt’al più chiederà di poter sforare un po’ con i numeri, per dare maggior impulso alla ripresa. Però non possiamo derogare dalla riforma previdenziale. E non solo perché Berlusconi ci ha messo la faccia, ma perché stavolta avremmo seri problemi con Bruxelles. La nostra Finanziaria è zeppa di misure una tantum…».
      Se così stanno le cose, non si spiega allora il rallentamento in Parlamento della delega. La tesi accreditata da un esponente dell’esecutivo è che «la mossa è servita per non dare l’immagine di un governo ostile alla concertazione. Abbiamo dato al sindacato tutto il tempo per presentare una proposta di mediazione, ma riteniamo non sia in grado di offrircela». Quando Fini e Maroni ripetono che la linea della Cgil è una «linea politica», s’intuisce che considerano impossibile un accordo con Epifani: «Con lui siamo consapevoli che non esistono margini di negoziato». L’ultimo interrogativo è «se Cisl e Uil sapranno affrancarsi e differenziarsi da una posizione di totale chiusura», che porterebbe alla «gloriosa sconfitta» temuta da Pezzotta. Può darsi che il sindacato manifesti la propria impotenza, ma l’ipotesi che la previdenza finisca nell’agenda della verifica di governo, mette a rischio la «deadline» di gennaio, e testimonia quanto siano forti i timori elettorali del centro-destra
      .
Francesco Verderami