I timori della colf della repubblica

16/01/2002



 
   


16 Gennaio 2002



 
I timori della colf della repubblica
Intervista a Maria Josè Mendes E’vora, immigrata capoverdiana, insignita da Ciampi dell’alta onorificenza di "Cavaliere"
MASSIMO GIANNETTI – ROMA

" Mi sembra di avvertire il clima di venti anni fa, quando da Napoli dovevo venire a Roma e avevo paura di incontrare la polizia, benché avessi il permesso di soggiorno. E’ questo terribile stato di angoscia che mi torna in mente di fronte alla nuova legge sull’immigrazione. Ecco perché sabato prossimo con le donne della mia associazione saremo presenti alla manifestazione contro il ddl Bossi-Fini".
Maria Josè Mendes E’vora, poco più di 40 anni, immigrata in Italia alla fine degli anni Settanta, oltre ad essere presidente della comunità capoverdiana in Italia, è anche la prima donna straniera insignita del ridondante titolo di "Cavaliere della repubblica italiana". Un’onorificenza di cui va fiera ma che non "ha cambiato di una virgola la mia vita – sottolinea – visto che fino a ieri ho continuato a fare umilmente la colf". Laureata in Scienze sociali con una specializzazione in economia dello sviluppo, attualmente svolge un dottorato di ricerca sull’immigrazione femminile presso l’università cattolica di S. Tommaso D’Aquino, a Roma. La incontriamo a Borgo Pio, accanto alla Città del Vaticano, dove c’è la sede della sua associazione,
No.di (Nostri diritti), che dirige da otto anni.

Cominciamo dal singolare titolo che le è stato riconosciuto. Come è andata?

Nemmeno io so bene come, forse per il mio impegno nel campo sociale, lavoro che mi consente di avere relazioni con molte donne, anche parlamentari italiane. Da alcune di loro mi fu suggerito di mandare il mio curriculum al Quirinale, e nel giugno scorso ho ricevuto questa onorificenza. La cosa mi ha fatto ovviamente piacere, e di questo ringrazio il presidente Ciampi, ma – ripeto – non mi sono montata la testa, anche perché continuo ad essere una donna immigrata come tante. Una delle tante immigrate a cui, tanto per rimanere in argomento, viene di fatto impedita la possibilità di avere la cittadinanza italiana, con tutto ciò che questo comporta nel campo dei diritti civili.

E perché non può ottenere questo status, se le leggi italiane lo prevedono?

Le leggi italiane sono piene di barriere per gli immigrati. Io, per esempio, vivo e lavoro in Italia da quasi 23 anni. Si può dire che ho vissuto più qui che nel mio paese. Eppure, anche se volessi, non potrei diventare cittadina italiana perché per farlo, oltre alla casa, dovrei avere un reddito fisso di oltre 20 milioni. Requisiti che io non ho. Ma questo, di fronte alle nuove norme previste dal disegno di legge del governo, è diventato un problema secondario.

La nuova legge non vi piace. Perché?

Perché tutto lo sforzo che abbiamo fatto in questi anni per l’integrazione viene azzerato di colpo. E’ vero che la legge 40 del ’98 ha istituito i Cpt (centri di permanenza temporanea per gli immigrati irregolari), sui quali ci sarebbe molto da dire, però perlomeno ha affrontato anche il problema dell’integrazione insieme alle associazioni degli stranieri. Il principio base della nuova normativa è invece l’esclusione. Alcuni articoli contengono una vera e propria cultura del rigetto nei confronti degli immigrati, spinti in una sorta di area di castigo.

Si spieghi meglio.

Prendiamo il cosiddetto contratto di soggiorno, che sostituisce l’attuale permesso di soggiorno: esso lega la presenza dell’immigrato al contratto lavorativo. Se lo perdi vai via, e non importa se risiedi in Italia da più di venti anni e hai la fedina penale pulitissima. Se passa questa norma, il dipendente straniero sarà sempre più vincolato al proprio datore di lavoro, non potrà rivendicare alcun diritto, e non lo farà perché di fronte alla sopravvivenza molti immigrati preferiscono stare zitti, subìre appunto il ricatto del licenziamento. Il principio che ispira la legge è: ti faccio restare finché ne ho bisogno. Siamo allo sfruttamento stabilito per legge, che considera l’immigrato non una persona bensì un oggetto di cui disporre a piacimento.

Si parla però anche di una possibile sanatoria per i clandestini.

Sì, ma è ispirata dallo stesso principio utilitaristico. E poi è una sanatoria che esclude. Perché regolarizzare le immigrate che fanno le colf e non anche lo straniero che fa il muratore o altri lavori? Questa è discriminazione.