I tamburi della Fiom (D.Di Vico)

13/09/2007
    giovedì 13 settembre 2007

    Prima Pagina 6 – Editoriale

    L’esecutivo e lo strappo di Rinaldini

      I tamburi della Fiom

        di Dario Di Vico

        Due cose vanno dette subito. La legge Biagi è servita in Italia, al pari di altre misure, a combattere la disoccupazione facendola scendere al Nord al 3-4%, un livello giudicato fisiologico dagli esperti. L’insieme delle intese di luglio, contestate dalla Fiom, non solo non paiono apportare un vulnus alle relazioni sindacali, ma hanno anzi determinato uno stanziamento quantificato dal ministro Cesare Damiano in 38 miliardi di euro. Che saranno spesi nei prossimi dieci anni a favore di pensionandi, pensionati e giovani. Nonostante queste ed altre considerazioni di buon senso, sbaglierebbe — anzi sbaglia — il governo a prendere sottogamba la rivolta del sindacato metalmeccanico della Cgil che punta a far saltare quell’accordo.

        La Fiom è un’organizzazione di tutto rispetto. Vanta un bagaglio culturale che affonda nelle grandi eredità del Novecento e ha saputo traghettarlo nel nuovo secolo grazie a un gruppo dirigente determinato, mezzi finanziari significativi, un numero consistente di attivisti a tempo pieno e una buona capacità di influenzare i giornali della sinistra. Storicamente la Fiom ha avuto tra le sue fila i militanti più motivati, più gelosi dell’identità dell’organizzazione e del suo patrimonio culturale. Ma non è un museo. Il sindacato guidato da Gianni Rinaldini ha saputo investire, più di altri, per essere presente e credibile agli occhi di quel «mercato della protesta » da tutti segnalato in crescita. I giovani del Nordest e delle altre zone ricche del Paese che sono finiti in fabbrica (ma non l’avrebbero voluto) hanno garantito alla Fiom nuove simpatie e un significativo ricambio generazionale. E le hanno consentito di perpetuare la natura di centauro, metà movimento politico metà sindacato.

        Se la Cgil, come pare, saprà reagire allo strappo e le parole di Guglielmo Epifani nell’intervista di oggi al Corriere lo fanno presumere, l’exploit di Rinaldini e compagni potrebbe anche non portare a esiti clamorosi. Ma per il governo rappresenta comunque uno schiaffo: è un’altra fetta di Paese che volta le spalle al centro- sinistra e insegue le proprie suggestioni. Era stato già così per i ceti medi produttivi che si erano sentiti tagliati fuori dalle scelte di politica economica e fiscale dell’esecutivo. Si era ripetuto, anche se non in forme esasperate, con gli imprenditori che hanno via via maturato l’idea che questo governo non li abbia aiutati fino in fondo, prima a creare i presupposti della ripresa e poi a cercare di renderla non effimera. Ma con i metalmeccanici è tutto un altro film, non stiamo parlando di figure sociali a cavallo tra i due schieramenti e naturalmente disposte ad ascoltare il canto delle sirene di centro- destra, stiamo discutendo di qualcosa che ha rappresentato per lungo tempo il core business della sinistra.

        Ma si obietterà: Romano Prodi, proprio per non correre rischi su quel lato, non aveva stretto un patto di ferro con Rifondazione? Non aveva accettato di sacrificare l’agnello riformista pur di non mettere a repentaglio la collaborazione con i ministri di Bertinotti? E infine, lo stesso Prodi non aveva fatto della «redistribuzione» un cavallo di battaglia, un argomento polemico nei confronti di imprenditori ed élite da usare per tenere aperto il dialogo con il Paese reale? E’ vero ma tutto è stato giocato in chiave meramente tattica. Se quell’alleanza deve continuare va anch’essa rifondata con un nuovo progetto condiviso. Il vecchio collante delle 281 pagine del programma dell’Unione non regge più.

        ddivico@rcs.it