I sogni nel cassetto

28/05/2004





   
28 Maggio 2004
METROVIE






 



 



 
MERCATO GLOBALE
I SOGNI NEL CASSETTO

Arriva Ikea, la multinazionale dell’arredo dove l’uomo è un soprammobile
di
Biagio Quattrocchi

Inaugura il più grande punto vendita italiano di mobili svedesi: Ikea, multinazionale dei sogni in compensato, apre le porte al pubblico il 3 giugno di buon mattino ad Afragola. Mentre migliaia di tabelloni decantano l’avvento, ci seducono e un po’ ci inquietano («hai mai usato una brucola?» a Ikea imparerai), le telepromozioni neomelodiche di «Concetta-Mobili» sono ormai cult per inveterati noglobal. Del resto, se il grande magazzino che viene dal freddo sta ultimando i preparativi per il battesimo, altri quattro grandi centri commerciali sono in fase di costruzione. Per volere dell’enfant du pay, Antonio Bassolino, e della giunta regionale che egli presiede, l’area a nord di Napoli dovrebbe diventare polo attrattivo per il commercio su larga scala. Di certo, da qualche anno, con la localizzazione di svariati ipermercati (Ipercoop, Le Meridiane ecc..) e di altrettanti multisala, questa fascia della vecchia provincia napoletana è al centro di un complesso processo di cambiamento. La localizzazione proprio ad Afragola della Tav, la stazione dell’alta velocità, ed un copioso flusso di cittadini che trova in queste zone la convenienza di una residenza a più basso costo (anche a causa del persistente abusivismo edilizio), allargano i confini della metropoli ingurgitando questo pezzo di provincia.

Il governo regionale e la provincia di Napoli hanno stabilito così una linea strategica che lega lo sviluppo economico alla costituzione di un area del consumo di massa che sia attrattiva per i colossi della grande distribuzione per famiglie: i negozi-fabbrica come Ikea per l’appunto. Poco importa se questi impianti producono un indiscutibile impatto sul territorio, visto che tra l’altro la città di Afragola non dispone di un vero piano regolatore. La particolare localizzazione dell’area e la disponibilità di un adeguato sistema viario hanno contribuito a promuoverla come terra dalle vocazioni per la vendita. In verità accade ancora che fette consistenti di territorio devono adeguare i modelli di sviluppo agli interessi forti, tra cui le grosse cattedrali del consumo.

A farne le spese è anche il controllo democratico del territorio. La giunta comunale di Afragola pur acconsentendo a questo processo, è stata scavalcata nella scelta da livelli certamente sovra-comunali in cambio della garanzia sulla creazione di posti di lavoro: precario e part-time, ovviamente, secondo le regole «dell’organizzazione leggera». Ma la ricaduta occupazionale non lascia indifferenti gli stessi sindacati cui pure la multinazionale è, secondo costume, piuttosto allergica. Come dice il segretario dei lavoratori del commercio della Cgil, Rosario Stornaiuolo, «il sindacato non è aprioristicamente contro l’insediamento dei grossi centri commerciali, anche perché queste realtà rappresentano una delle poche occasioni di lavoro nel nostro territorio».

«Creare una vita quotidiana migliore» o «creare una vita migliore per la maggioranza della gente» sono del resto due tra gli slogan che da sempre accompagnano l’immagine che l’azienda vuole costruirsi all’esterno. Una multinazionale che ha sedi in più di 32 paesi disseminati per il globo, con diverse centinaia di punti vendita, centri di produzione e di ricerca che si articolano in un sistema aziendale scomposto in tre differenti divisioni e dove certamente l’Ikea retail, il megastore, è il fiore all’occhiello. L’oramai vecchio signore svedese Ingvar Kamprad, che in passato espresse inquietanti simpatie naziste, è il fondatore e padre spirituale dell’azienda che offre mobili «avveniristici» in tutto il mondo. In realtà l’abilità è nel vendere mobili di qualità medio-bassa puntando soprattutto su una grande forza comunicativa. Insomma il metodo McDonald’s applicato ai comodini.

E non è solo lo stile inconfondibile dei mobili, dei complementi di arredo, degli oggetti, che sussurrano lontani mondi colorati da generazione Mtv. La comunicazione la fa da padrone dentro al lavoro e alla sua organizzazione, dentro le strategie di marketing, con le sue singolari campagne pubblicitarie, dentro i rapporti con la clientela. La filosofia dell’Ikea, come del resto quella di molte altre catene commerciali, è quella di puntare dritto ad un obbiettivo: dimostrarsi disponibile ai clienti e familista verso i lavoratori. Proprio questa immagine cucita ad arte, fa di lei «mondo fatato» per molti e simbolo di un sistema sociale e del lavoro che cambia per molti altri. Insomma è l’azienda modello e moderna che punta tutto sul «tu» dato ai dirigenti, sulla cena aziendale in compagnia, sulla disponibilità al dialogo, sulla difesa dell’ambiente, anche se il legno tropicale che utilizza per la produzione proviene da non sempre precisate «piantagioni controllate» dell’Indonesia. Ma il fantastico sogno Ikea ha appunto anche un’altra faccia.

Qui, al neonato punto vendita il sistema di assunzioni non è stato certamente tra i più trasparenti e a dirlo è ancora Stornaiuolo: «La società ha raccolto le domande di assunzione tramite il sito web aziendale, arrivando a 22.000 richieste che però non sono state poi selezionate secondo criteri verificabili e oggettivi». Non mancano così le voci che sospettano una gestione viziata delle assunzioni, che sarebbe stata ispirata soprattutto da una serie di politici locali. Noi ci limitiamo a rilevare che non difettano, tra i neo-assunti, figli di amministratori comunali. Nel valutare poi l’effettivo impatto occupazionale sul territorio sono molte le cose da considerare: se infatti è tutta da dimostrare la non ingerenza della grande distribuzione con la crisi del commercio al minuto, l’Ikea di Afragola punta a vendere i suoi prodotti a tutto il Sud Italia assumendo però poco più di 400 persone con svariate qualifiche: dai venditori agli «scaffalisti», dai lavoratori nel settore amministrativo agli addetti al punto ristoro, che offre pasti e specialità svedesi. Tra essi, il management si è riservato di occupare per il settore impiegatizio soprattutto personale proveniente da altri store. Per la manodopera locale solo il 25% dei neo assunti avrà diritto ad un contratto full time, mentre la stragrande maggioranza dei chainworkers napoletani, il 75% appunto, è invece assunta con contratto part-time di 20 ore settimanali, sovente a tempo determinato (dai 3 ai 6 mesi).

Insomma il mondo delle «buone maniere» utilizza lavoro precario e anche se l’azienda ha registrato un incremento annuale delle vendite in Italia del 9,6%, non è proprio intenzionata ad aumentare la quota di full time presenti nell’impianto. Il tempo pieno sarebbe incompatibile, a loro dire, con l’organizzazione delle grandi catene distributive. In questi giorni il sindacato è convocato al tavolo dall’azienda per il cosiddetto «piano di avvio». La questione più spinosa sarà la gestione del lavoro festivo, gia causa di sciopero negli altri punti vendita italiani. La Cgil proporrà di portare almeno a 16 ore settimanali, dalle attuali 8 previste, il cosìddetto «contratto week end», il lavoratore del fine settimana. Insomma «uno studente-lavoratore che potrà guadagnare continuando a studiare e soprattutto salvaguardando il diritto al festivo per gli altri lavoratori» come ci dice sempre il segretario della Filcams. Un sistema che rischia però di moltiplicare ulteriormente le figure del lavoro creando impiegati di serie b. La Cgil comunque garantisce che bloccherà eventuali volontà da parte dell’azienda di ricorrere alle prestazioni interinali, privilegiando l’obiettivo di migliorare le condizioni lavorative per quelli già assunti. Nell’attesa, staremo a vedere quali magnifiche novità ci regalerà il favoloso mondo Ikea.