I sindacati: «Maroni, cambia la delega o è sciopero»

18/04/2003



  Sindacale




18.04.2003
I sindacati: «Maroni, cambia la delega o è sciopero»

di 
Felicia Masocco


«Sono disposto ad accogliere proposte migliorative e non modificative. Queste ultime non mi interessano». Così ieri il ministro del Lavoro ai giornalisti al termine del vertice sulla delega previdenziale con i leader di Cgil Cisl e Uil. Un incontro definito «interlocutorio», che rimanda i nodi ad un’altra data : il 5 o il 6 maggio infatti si replica e in quella sede le «aperturine» di Maroni non basteranno ad Epifani, Pezzotta e Angeletti che chiedono risposte chiare e si dicono pronti ad andare alla mobilitazione, sciopero incluso. Sull’esito del vertice i sindacati si mostrano prudenti: da un lato apprezzano la volontà di confronto espressa dal ministro, dall’altro gli piazzano un ultimatum: se le loro richieste su decontribuzione, Tfr e parità tra fondi previdenziali aperti e negoziali non verranno accolte, la mobilitazione sarà inevitabile, «compreso lo sciopero generale» appunto. Esplicito in questo senso il segretario generale aggiunto della Uil, Adriano Musi; prima di lui il leader della Uil Luigi Angeletti aveva detto la stessa cosa. «Ci aspettiamo una risposta chiara – ha dichiarato il leader della Cgil Guglielmo Epifani -. Nel caso in cui le modifiche che chiediamo ci saranno, daremo giudizio positivo. Se non ci saranno o saranno parziali, i nostri giudizi saranno conseguenti». Savino Pezzotta che ha lasciato quando l’incontro era ancora in corso ha preferito fermarsi al fatto che «da parte del ministro Maroni non ci sono state rigidità».

Nel quartier generale del Welfare, in via Veneto, il ministro ha detto ai sindacati di essere disposto a «discutere su tutto», a «valutare» le proposte presentate, alcune delle quali – ha affermato – molto interessanti». Fin qui un passo avanti visto che fino al giorno prima Maroni parlava della decontribuzione per i nuovi assunti e dell’obbligatorietà dell’uso del Tfr come punti immodificabili. Ieri invece la linea soft: il ministro ha definito interessante la proposta di Cgil, Cisl e Uil della fiscalizzazione degli oneri impropri per abbassare il costo del lavoro al posto della decontribuzione voluta da Confindustria («non ho cambiali da pagare», ha voluto precisare il ministro), e osteggiata dai sindacati. Ieri gli ottimisti hanno visto nelle sue parole un piccolo spiraglio come se Maroni e il governo fossero disposti a fare un passo indietro: ma il ministro ha voluto precisare che né la fiscalizzazione degli oneri impropri, né il meccanismo del silenzio-assenso da parte dei lavoratori sull’uso del Tfr sono «del tutto coerenti» con le finalità della delega. La prima è una proposta alternativa all’obiettivo della riforma che è quello di «una riduzione del costo del lavoro attraverso una diminuzione dei contributi previdenziali e non attraverso un intervento sulla fiscalità». Interessante, insomma, ma non troppo la proposta dei sindacati che al tavolo Maroni ha confessato, peraltro, di non conoscere nonostante il documento che la contiene gli fosse stato inviato da settimane. Il nodo della decontribuzione in realtà resta stretto quanto prima e lo stesso avviene per l’uso del Tfr: «Con l’obbligatorietà abbiamo la certezza di finanziare lo sviluppo della previdenza integrativa per circa 12 miliardi di euro – ha spiegato il ministro -. Con il sistema alternativo del silenzio-assenso bene che vada raggiungeremo questo obiettivo, mentre male che vada arriveremo vicini allo zero. E io credo che qualsiasi meccanismo alternativo mi deve dare la ragionevole certezza dello stesso risultato, altrimenti non proporrò modifiche». Resta la parificazione tra fondi previdenziali aperti e negoziali: forse su questo una mediazione è possibile.

Pesano in questa partita i conti pubblici: pure a voler credere che Maroni voglia «dialogare» con i sindacati, l’ultima parola la diranno le compatibilità economiche verificate sia dal Welfare che dal Tesoro. Intanto da Atene il premier Silvio Berlusconi rilancia per il semestre di presidenza Ue la necessità di «dare soluzione al problema dell’invecchiamento della popolazione con un aumento della permanenza al lavoro». Come dire un conto è la riforma, un altro è la delega che per Maroni va approvata entro giugno. Dopo cioè le elezioni amministrative, che dovranno passare senza «strappi» da parte del governo.