I sindacati: l’Italia ha già fatto il suo dovere

11/04/2003




            I sindacati: l’Italia ha già fatto il suo dovere
            «La nostra previdenza è tra le più moderne e sostenibili»

            11/4/2003

            ROMA
            L’ennesimo appello della Banca centrale europea a intervenire sulla spesa sociale trova il (previsto) no dei sindacati. L’impressione è che anche nel governo ci sia – specie al ministero del Welfare – ben poca voglia di mettere le mani a una revisione della spesa pensionistica. Ma non è un segreto che a Palazzo Chigi e al ministero dell’Economia si cominci a considerare seriamente ipotesi di interventi che possano far conseguire risparmi a breve termine utili per far tornare i conti, e insieme far «digerire» all’Unione Europea un possibile ulteriore scostamento del quadro di finanza pubblica dagli obiettivi stabiliti. E intanto, il ministro Roberto Maroni ha convocato Cgil-Cisl-Uil per esaminare il merito della delega previdenziale, in discussione al Senato. Il confronto si terrà il 17 aprile. Un appuntamento che Maroni vorrebbe gestire in modo soft, evitando possibili conflitti con un fronte sindacale che appare più unito del previsto, e che chiede modifiche alla delega. La tesi dei sindacati è che l’Italia ha già fatto la sua riforma delle pensioni, e che semmai il suggerimento della Banca Centrale Europea riguarda i paesi (come Francia e Germania) dove il riordino non c’è ancora stato. È un coro, quello dei leader sindacali. «La previdenza non si tocca», dice il numero uno Cgil Guglielmo Epifani, per il quale «ogni qualvolta c’è un problema di finanza pubblica si pensa sempre di ricorrere alla previdenza. In Italia sono 12 anni che questo avviene. Abbiamo sempre detto che questa strada è sbagliata e continuiamo a dirlo». Anche per il numero uno della Cisl Pezzotta nel nostro paese non servono nuove riforme: «Comincino a farle quei paesi che non le hanno ancora fatte. L’Italia ha già fatto le riforme, la Dini è tra le più moderne. Ora si tratta di implementarla a partire dallo sviluppo della previdenza integrativa». E per il segretario generale della Uil Angeletti «il rituale richiamo della Bce a riformare i sistemi pensionistici riguarda i paesi che ancora non lo hanno fatto. La Bce stia certa – ha aggiunto – che il nostro sistema previdenziale sarà il meno oneroso e il più sostenibile nel lungo periodo, quando cioè si manifesteranno gli attesi problemi demografici».
            La replica dei sindacalisti è rivolta a Francoforte e Bruxelles, ma in realtà nel mirino c’è quella parte del governo che ritiene necessario – e per più ragioni, in questo momento – dare un segnale all’Ue, estendendo il metodo di calcolo contributivo a tutti i lavoratori e imponendo penalizzazioni ai danni dei lavoratori che intendono andare in pensione di anzianità. Si sa che il ministro del Welfare Roberto Maroni non è di questo avviso, a sentire le sue reiterate rassicurazioni: Maroni è convinto che le misure contenute nella delega previdenziale ora all’esame del Senato – una volta approvata e varati i decreti – potrebbero evitare conflitto sociale, tranquillizzare e indennizzare le imprese, e dare risultati in termini di risparmio e di potenziamento della previdenza complementare. I sindacati, però, hanno chiesto unitariamente di modificare la delega su tre punti decisivi: la decontribuzione a favore delle imprese per i neo assunti, il conferimento obbligatorio del Tfr ai fondi pensione, la prevista parità tra fondi chiusi e fondi aperti. L’idea del ministro è di aprire alle richieste dei sindacati, seppure parzialmente, su parità e volontarietà; sulla decontribuzione, deve fare i conti con Confindustria. Ma a quanto pare Maroni sarebbe disponibile a cogliere anche il suggerimento di Cgil-Cisl-Uil: invece di tagliare i contributi previdenziali, lo Stato potrebbe alleggerire le imprese sforbiciando altre voci, come oneri impropri o assistenziali.

            r. gi.