I sindacati: in piazza un milione di persone

29/03/2004


27 Marzo 2004

A MILANO, ROMA E PALERMO LE MANIFESTAZIONI PIU’ IMPORTANTI. CGIL, CISL E UIL:
IL PAESE SI E’ FERMATO
I sindacati: in piazza un milione di persone
Cortei in 57 città per contestare la politica economica del governo

    Raffaello Masci
    ROMA
    Contro la riforma delle pensioni, ma anche contro quella della scuola e più in generale contro la politica economica del governo – che, secondo i sindacati, «ha reso le famiglie italiane più povere» (Epifani) – ieri sono scesi in piazza oltre un milione di italiani, su indicazione di Cgil, Cisl e Uil in ritrovata sintonia, ma anche dell’Ugl. I cortei sono stati 57 in altrettante città, i principali a Roma, Milano e Palermo. Tranquille ovunque le manifestazioni, eccetto un piccolo tafferuglio a Napoli tra disoccupati e polizia.
    A Roma ha parlato il numero uno della Uil Luigi Angeletti, in piazza del Popolo, davanti a 80 mila lavoratori. Tra la folla molti esponenti dell’opposizione: dall’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema, al leader della Quercia Piero Fassino, e poi Fausto Bertinotti, Armando Cossutta, Dario Franceschini, Luciana Sbarbati, Cesare Salvi, Fabio Mussi, Giovanni Berlinguer, Luciano Violante.
    A Milano ha parlato il leader della Cisl, Savino Pezzotta, davanti all’assemblea più numerosa: 200 mila lavoratori.
    Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, ha tenuto il suo comizio a Palermo, presenti 100 mila persone.
    «Il paese si è fermato» si leggeva sul comunicato unitario che le confederazioni hanno diramato a fine mattinata con tutti i numeri del caso. Ma proprio su quei numeri – e su quel titolo – sono cominciate le polemiche.
    Intanto – per dire – il ministro Maroni ha smentito che il paese si fosse fermato, sostenendo invece che l’adesione allo sciopero sarebbe stata «ben al di sotto delle aspettative», merito, beninteso, dell’accoglienza che le istanze dei sindacati avrebbero trovato presso il governo.
    Ma anche sulla scuola – settore ad alta conflittualità in questi ultimi mesi – le cifre sono state discordi. Ad una partecipazione «di circa il 70% del personale docente e non docente», il ministero della signora Moratti ha replicato con la pignoleria di numeri precisi: ha scioperato – ha fatto sapere una nota di Viale Trastevere – il 33,6% del personale, esattamente «194.690 dipendenti sui 578.071 tenuti al servizio» nelle 6.247 scuole rilevate (sul totale di 10.765).
    Altre amministrazioni non sono state altrettanto precise e sollecite, ma la disputa, come sempre, è destinata a continuare, anche se poi lascia lo spazio che trova: di fatto per quattro ore (otto nel Lazio e in Sicilia) il Paese ha avuto se non l’immobilità, almeno un rilevante choc di protesta.
    Oltre alle tre grandi città citate, vanno segnalate le manifestazioni di Torino, con 40 mila partecipanti, Bologna (50 mila), Venezia (20 mila), Firenze (40 mila), Cagliari e Bari con 20 mila partecipanti ciascuna, e così via per un totale di 57 cortei.
    «Una parte degli italiani è più povera – ha detto Angeletti dal palco romano di piazza del Popolo – non è vero che la crisi colpisce tutti allo stesso modo: ci sono alcuni che guadagnano tanto ed altri, come i pensionati e i pubblici dipendenti che ci perdono e pagano il conto per tutti». Poi ha auspicato «che la riforma delle pensioni faccia la fine dell’articolo 18», toccando così un tasto delicato che avrebbe potuto far riesplodere tensioni che il sindacato preferirebbe dimenticare.
    «È la più lunga stagnazione produttiva dal dopoguerra. Da 36 mesi il Paese è fermo – ha lamentato Guglielmo Epifani dal palco di piazza Politeama a Palermo -. Va indietro l’industria, il suo fatturato e la sua produzione. Arretra l’agricoltura. Non crescono, come dovrebbero, i servizi. I trasporti sono abbandonati a se stessi. Il commercio soffre per il calo dei consumi. Abbiamo 1500 casi di crisi aziendali, che interessano 200 mila lavoratori. Nel solo mese di gennaio, la produzione industriale è scesa del 6%. E il lavoro diventa precario. A cinquant’anni – ha concluso il leader della Cgil – molti lavoratori sono considerati vecchi e messi fuori dalle aziende».
    I sindacati, poi, non hanno apprezzato lo zelo dimostrato dal governo sulle peripezie del calcio, quando il Paese – a loro avviso – naviga alla deriva e altri sono i temi su cui focalizzarsi. «Abbiate un po’ di decenza – ha detto Savino Pezzotta, a Milano -. Ci sono persone che non riescono ad arrivare alla fine del mese, lavoratori e lavoratrici che non ce la fanno a far quadrare i conti. Anche a noi piace il calcio, anche molti di noi vanno allo stadio ma ora serve decenza».
    «Il governo colga l’importanza di questa mobilitazione – ha concluso il leader dell’Ugl, Stefano Cetica – aprendo subito il confronto sul nuovo Welfare e sulle politiche di sviluppo necessarie per far uscire il paese da una difficile congiuntura economica che sta penalizzando le famiglie, i lavoratori dipendenti ed i pensionati». Il ministro Maroni, com’è noto, su indicazione del premier, ha convocato le parti sociali per la prossima settimana.