I sindacati in piazza a Reggio Calabria

17/11/2003


  Sindacale

16.11.2003
«Il governo dimentica il Mezzogiorno».
I sindacati in piazza a Reggio Calabria
di 
Felicia Masocco


REGGIO CALABRIA. Il tricolore listato a lutto per ricordare i morti di Nassiriya, per loro un minuto di silenzio e poi un applauso e ancora le note dell’inno di Mameli che ieri è risuonato alle Botteghelle di Reggio Calabria. Per le vittime della strage e per amor di una patria che deve restare unita. Nel vecchio palasport chiamato lo Scatolone per l’architettura che non lascia nulla alla fantasia, l’idea che il Sud sia «altro» dall’Italia non va giù, l’idea di un federalismo «che divide» non solo non attecchisce, ma viene combattuta.
L’Inno l’hanno cantato in 5mila, quadri e delegati sindacali giunti soprattutto dalle città meridionali, chiamati da Cgil, Cisl e Uil a fare il punto sul grande rimosso dalla politica di Berlusconi e Bossi.
Il Mezzogiorno, che per dieci anni è cresciuto e ora sta fermo, che «rischia la desertificazione industriale» come ha denunciato Guglielmo Epifani, che presenta il conto per le «promesse non mantenute» come ha detto Luigi Angeletti, che chiede «uno scatto d’orgoglio» a chi ci governa e agli industriali come ha scandito Savino Pezzotta. Il Sud è il paradigma di quanto non va e non è andato in questi anni nella politica economica per il paese. Dalla Calabria la protesta e la sfida unitaria dei sindacati. Col pensiero a Roma, alla Finanziaria da cambiare e alla controriforma delle pensioni da impedire, lasciano intravedere nuove mobilitazioni fino a un altro sciopero generale che Pezzotta ed Epifani non escludono.
Al Sud oggi come due anni fa quando un’analoga iniziativa i sindacati la tennero a Palermo. Non solo da allora i problemi non sono stati risolti ma si aggravano, ha detto Epifani, «c’è quindi bisogno di rimettere le questioni dell’occupazione e dello sviluppo, della legalità nel meridione, al centro delle politiche e dell’attenzione del paese». Sta qui il senso dell’iniziativa reggina. Per il Sud servono infrastrutture, e su questo tasto i tre leader sindacali hanno insistito. Infrastrutture «organiche, non cattedrali nel deserto». Certo non servono le pattumiere nucleari. «Mi domando se invece di Scanzano (Matera, Basilicata, Sud, ndr) si fosse scelto un altro posto del paese sarebbe stato questo il modo di parlare con le istituzioni locali, col tessuto locale, con i cittadini? C’è – secondo il segretario della Cgil – una questione che parla alla coscienza del paese e che riguarda il Mezzogiorno. Di tutto questo oggi noi vogliamo continuare a farci interpreti e responsabili».
Una politica economica non solo sbagliata, ma anche dannosa è quella tracciata negli interventi conclusivi, ma ancora prima dalle esperienze portate al microfono da un pensionato, da un operaio e da una giovane Lsu. Sono scelte che «rimbalzeranno sul Mezzogiorno che rischia la desertificazione industriale». Di sbagliato, per Epifani, c’è anzitutto l’assenza di risposte alle domande pressanti che pone «l’impoverimento per il calo temporaneo dei consumi, della produzione, degli investimenti. Ma è anche dannosa per l’idea perversa che sottende la politica dei condoni e gli effetti che produrrà sui bilanci degli enti locali, soprattutto nel Mezzogiorno». Applaudono tutti, i sindaci e gli amministratori un po’ di più perché quel che il governo dice di non tagliare, in termini di servizi d’ogni tipo, dovranno tagliarlo loro. E sempre loro dovranno fronteggiare la spirale venefica condono-abusivismo che già in passato ha inferto ferite profonde alle città del Sud.
Se le cose stanno così per la Cgil è incomprensibile «quella specie di peana collettivo» con cui il governo ha accolto i dati sul Pil. «Bene che vada la crescità sarà pari allo zero e quando sento Berlusconi dire che la Ue vincola le imprese mi chiedo se sia lo stesso che chiamava in soccorso l’Unione per tagliare le pensioni», ha aggiunto Epifani che non risparmia Confindustria per aver ignorato l’invito a «portare al Sud almeno il 10% degli investimenti che ha esportato fuori dal paese».

Governo e Confindustria vengono chiamati in causa anche da Savino Pezzotta perché abbiano «uno scatto d’orgoglio». «Mancando una vera politica di sviluppo, l’unica capace di dare contemporaneamente una prospettiva ai padri e ai figli si sceglie la via dei tagli e delle erosioni delle tutele» afferma il leader della Cisl . Il sindacato si oppone, ma non dice solo «no». «È ora di finirla di chiedere proposte. Le nostre proposte sono in campo. Attendono risposte», ha detto Pezzotta all’indirizzo del governo. Quanto agli industriali ci provino ad essere un po’ più coerenti visto che «la Confindustria ha sottoscritto con noi un accordo sul Mezzogiorno. Non può stare soltanto alla finestra». Ancora: la Finanziaria «riduce ulteriormente di 4 miliardi di euro le risorse complessive per il Mezzogiorno». Checché ne dica il viceministro all’Economia Gianfranco Micciché che annuncia per il Sud «cifre mai viste prima». A mettere il dito nella piaga delle «promesse non mantenute» è Luigi Angeletti. Il leader della Uil ha ammonito: «L’esecutivo non si illuda di poter fare scelte di politica economica senza i sindacati e contro i lavoratori. Non ci faremo mettere in un angolo».
La manifestazione ha avuto un coda polemica. Alla fine dell’intervento di Pezzotta infatti alcuni delegati cislini hanno lasciato la platea, accompagnati dai fischi di alcuni delegati della Cgil che attendevano l’intervento di Epifani. Ne è andato di mezzo l’esponente locale della Uil che stava parlando in quel momento e il cui intervento è stato disturbato dal trambusto creatosi.