I sindacati già in trincea per il rinnovo dei contratti

16/07/2002


MARTEDÌ, 16 LUGLIO 2002
 
Pagina 26 – Economia
 
IL CASO
 
Cgil, Cisl e Uil fanno fronte comune contro l´inflazione programmata dal governo
 
I sindacati già in trincea per il rinnovo dei contratti
 
 
 
"Un tasso all´1,4 per cento è assolutamente non credibile. Noi ci sentiamo svincolati"
 
VITTORIA SIVO

ROMA – Parte in anticipo la campagna d´autunno per i rinnovi dei contratti di lavoro. La minaccia da parte dei sindacati di non rispettare il tasso di inflazione programmato fissato dal governo per il 2003 ha già innescato polemiche tra Cgil, Cisl e Uil da una parte (questa volta allineate almeno nelle posizioni di partenza) e Confindustria dall´altra. Secondo le tre Confederazioni il tetto dell´1,4% indicato nel Documento di programmazione economica e finanziaria è «troppo basso», quindi le prossime piattaforme rivendicative non vi si potranno attenere. Propositi che allarmano la Confindustria, la quale invece condivide le indicazioni del Dpef. Considerato che alla partita del rinnovo dei contratti sono interessati circa 6 milioni e 800 lavoratori, fra pubblici e privati, si prefigura uno scontro di notevole portata.
«Un tasso di inflazione all´1,4% è assolutamente non credibile» sostiene il numero due della Uil Adriano Musi, che si domanda perché solo il salario dovrebbe rimanere sotto questo tetto, «quando comuni, imprese, aziende municipalizzate ci mettono del loro per andare abbondantemente oltre». Il segretario confederale della Cisl Pierpaolo Baretta puntualizza che nel Patto per l´Italia firmato il 5 luglio scorso «non c´è nessun accordo» sull´inflazione programmata e il suo collega Raffaele Bonanni ritiene che per essere realistico il tasso programmato per il 2003 «dovrebbe attestarsi almeno all´1,6%». Anche per l´Ugl il livello stabilito dal governo è «insoddisfacente».
«Se Cisl e Uil si sentono svincolate figuriamoci noi», rincara la dose il segretario generale della Cgil-Funzione pubblica, Laimer Armuzzi, pronto a rimettere in discussione l´accordo-cornice per i pubblici dipendenti che le tre Confederazioni firmarono con il governo nel febbraio scorso. Quella intesa che riguarda circa 3 milioni e mezzo di persone (il plotone più numeroso dei lavoratori interessati ai prossimi contratti, seguito dal milione e 300 mila metalmeccanici e da altrettanti addetti al commercio) e che andrà trasferita negli 11 comparti pubblici esistenti, prevede un incremento retributivo del 5,56% (pari a circa 200 mila di vecchie lire medie a regime) per il 2002-2003. Posizioni, quelle dei sindacati, che il direttore generale di Confindustria Stefano Parisi giudica «discutibili», perché «l´inflazione programmata non è una previsione, ma uno strumento di politica dei redditi» per combattere l´inflazione: «I governi la fissano e i contratti si adeguano, salvo poi il recupero di eventuali differenziali prodotti da inflazione non importata».
In controtendenza rispetto a questo nuovo fronte conflittuale si profila un accordo per contrastare il lavoro sommerso. Imprese e sindacati (Cgil inclusa) stanno lavorando ad un avviso comune che dovrebbe modificare e rendere più efficaci le norme per l´emersione del lavoro nero. Secondo Cisl, Uil e Confindustria l´intesa è a portata di mano (allo scopo oggi sono previsti due incontri), ma Giuseppe Casadio della Cgil insiste per cambiamenti «radicali» alla «sciagurata legge Tremonti» e considera prematuro ogni ottimismo. Nel nuovo testo verrebbe esteso da 3 a 5 anni il periodo di emersione agevolato ai fini contributivi e l´aumento da 5 a 10 anni del periodo pregresso per sanare le irregolarità contributive.