I sindacati devono inventare nuovi modelli di tutela

19/10/2000

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Giovedì 19 Ottobre 2000
italia – lavoro
I sindacati devono inventare nuovi modelli di tutela

di Bruno Manghi

Che il sindacato non riesca a rappresentare gran parte dei nuovi lavori, a cominciare da quelli della new economy, è un’osservazione elementare. Perché ciò si verifichi è invece questione aperta: mi permetto di ritenere che al sindacato non interessa gran che, almeno per ora, occuparsi sul serio dei nuovi lavori. Certamente c’è un problema serio di mestiere e di procedure consolidate che non si adattano a una realtà in movimento. Infatti quasi mai è accaduto nella storia che l’associazionismo sindacale sorgesse spontaneamente all’interno di una professione o di un settore; è sempre servita una proposta esterna, quella che un tempo recavano gli organizzatori anarchici o socialisti o cristiani e che, in una fase più matura, recano i sindacalisti a tempo pieno che hanno appunto il mandato di sindacalizzare.

Il sindacalista, pur nella varietà dei mondi che rappresenta, è abituato a muoversi verso lavoratori dipendenti piuttosto stabili e sufficientemente concentrati, avendo di fronte una controparte privata o pubblica ben definita. È più difficile quindi proporre un modello associativo a un capitale umano mobile un po’ dipendente, un po’ fornitore un po’ libero professionista. Persone a cui interessa meno il contratto collettivo tradizionale e che invece hanno il problema di non farsi troppo concorrenza tra loro, di essere informati sul loro mercato del lavoro, di accedere a forme di protezione sociale adatte ai nuovi percorsi professionali. Ma ancora una volta la lunga storia del sindacalismo classico ci dice che, quando lo si ritiene davvero importante, si fondano organizzazioni efficaci per figure specifiche di lavoratori mobili e non necessariamente dipendenti: si seppero organizzare i mietitori e i boscaioli in Nord America i marittimi dal "capitano al mozzo" (come diceva il leggendario comandante Giulietti), per non parlare dei muratori vaganti e dei saldatori trasfertisti. Giusto ieri in Italia abbiamo conosciuto sindacati dei tabaccai, dei giornalai, dei benzinai, dei rappresentanti di commercio. D’altra parte l’associazionismo dei lavoratori autonomi e degli artigiani è una presenza consolidata e influente.

Naturalmente è necessario modificare sensibilmente l’offerta di tutela e investire molto sui servizi, sull’informazione, sulle strategie assicurative. Poiché l’intervento sindacale non deve irrigidire le prestazioni e limitare la mobilità professionale bensì agire da un lato per ottimizzare la posizione dei singoli sul mercato, dall’altro coprire i margini di insicurezza tipici dei mestieri fluidi. Un investimento costoso sia sul terreno delle risorse, sia su quello mentale.

Invece il nostro sindacalismo è ancora troppo appagato per scegliere strade impervie, e d’altra parte trascura anche aree più tradizionali della propria rappresentanza come i lavori poveri (pulizie, mense, assistenza privata). Perché vengono tagliate le opportunità di rappresentare in alto e in basso la scala delle professioni? Perché sono troppo costose dal punto di vista di un sindacalismo sufficientemente solido, dove poco più di un terzo degli addetti tiene in piedi le reti di servizi, un altro terzo si occupa di tutelare con diligenza i mondi dell’insediamento tradizionali, e quasi un terzo si perde in vaghi ruoli di dirigente risucchiato da improbabili concertazioni locali e nazionali, oltre che da defatiganti riunioni di ceto. Una esigua minoranza, talvolta di ottimo livello, batte le strade difficili del lavoro autonomo di seconda generazione o si dedica alle zone del nuovo proletariato o esplora il continente del sommerso.

Solo quando scricchiola davvero il ruolo generale di un sindacato, allora si investe sul serio e si inventano nuovi modelli di tutela; così negli Stati Uniti da anni i sindacati industriali finanziano campagne di tutela degli stagionali agricoli e l’Afl-Cio decide il piano di sindacalizzazione a Las Vegas. Per fortuna il ruolo del sindacalismo italiano è ancora saldo, ma il prezzo è un’ovvia pigrizia organizzativa e anche strategica, come dimostra tra l’altro la riluttanza da sperimentare sul serio pratiche partecipative. Tornando alla new economy, ci si limita per ora a essere presenti dove essa si impianta su settori tradizionali, dalle banche alla telefonia, a qualche customer-services a grandi imprese multiutility. Con una possibile variante: che eventuali gravi turbolenze nel settore sospingano una domanda esplicita di autotutela, per ora molto debole.