I sindacati devono battersi per riempire fabbriche e uffici

16/09/2003

lunedì 15 settembre 2003

FINANZIARIA. OGGI IL VERTICE CGIL-CISL-UIL – di Stefano Gingolani

I sindacati più che pensare di riempire le piazze
devono battersi per riempire fabbriche e uffici

Oggi Cgil, Cisl e Uil hanno in programma un incontro su pensioni e finanziaria. Restano divisi sulla tattica da seguire, ma potrebbero unirsi attorno a una strategia di interdizione volta a limitare i danni di interventi che, comunque, saranno gravosi. La riformicchia previdenziale sposta tutto al 2008, tuttavia introduce un allungamento dell’età lavorativa tutt’altro che trascurabile. «Se quarant’anni vi sembran pochi…» potrebbe diventare lo slogan delle prossime manifestazioni. Ma i sindacati sbaglierebbero clamorosamente se pensassero di lanciarsi in un mero fuoco di sbarramento. Perché quello che si prepara è uno degli autunni più difficili per l’economia italiana. Nel confermare i dati sulla recessione, l’Istat ha ricordato che non si vedeva nulla del genere dal 1992. L’affermazione è passata in sordina, forse perché nessuno davvero vuole evocare lo spettro dell’annus horribilis non solo per la congiuntura, ma per il sistema Italia, anzi, per la Prima Repubblica.

Il ’92 è l’anno in cui scoppia Tangentopoli, la lira esce dallo Sme il 17 settembre, la Banca d’Italia nell’inutile tentativo di difendere la stabilità valutaria brucia una fetta consistente delle proprie riserve e il governo guidato da Giuliano Amato impone una finanziaria da 90 mila miliardi, un salasso record. L’economia impiegherà due anni a rimettersi in carreggiata, grazie soprattutto alla svalutazione (del 25% in media).

Oggi non abbiamo la valvola di sfogo della lira, perché la lira non c’è più. Chi tirerà la crescita se non possiamo contare sulle esportazioni drogate dal cambio? Non la competitività dei nostri prodotti: la Banca d’Italia ha appena pubblicato il suo indice secondo il quale il nostro sistema produttivo ha perduto ancora 6,4 punti. Quindi, la posizione sul mercato internazionale continua a deteriorarsi. Sarà, allora, la domanda interna a fare da locomotiva? Non sembra proprio. Consumi e investimenti sono in stallo se non in discesa. Manca il clima di fiducia che spinge gli imprenditori a rischiare i propri quattrini scommettendo sul futuro e le famiglie a ridurre i risparmi accumulati in banca (che con tassi così ridotti non danno frutto) per acquistare beni e servizi. Giulio Tremonti è arrivato a dire che nemmeno una riduzione delle imposte potrebbe stimolare i consumi. Un’affermazione pesantissima, perché implica che in Italia sta scattando la trappola della liquidità, quella stessa che ha tenuto il Giappone in un decennio di stagnazione permanente.

Il governo, nonostante tutto, si prepara a una «finanziaria soft». Non si capisce se perché convinto che basti, per una sorta di esorcismo psicologico (meglio non allarmare, mettiamo la testa sotto il cuscino e aspettiamo che passi ‘a nuttata) o per una litigiosità della maggioranza che blocca qualsiasi capacità di governo. Tremonti, all’Ecofin di Stresa, venerdì scorso, ha confermato che il disavanzo pubblico salirà (per scelta non per effetto automatico della crisi) dal 2,3% indicato nel Dpef a un 2,7% che concede comunque un certo margine prima di sfondare il 3%. Una manovra per recuperare quei 6 miliardi di euro sui quali i partiti si sono lanciati con la vorace esuberanza di bimbi attorno a una torta al cioccolato. Tanto rumore per nulla, perché si tratta di briciole che non smuoveranno certo il corpaccione esausto dell’economia italiana.

Intendiamoci, Tremonti ha ragione quando dice che una cura da cavallo ucciderebbe il cavallo. Ma così facendo confessa candidamente che non c’è acqua per farlo bere né sa dove trovarla. Il bersaglio è la Cina. E al G7 di Dubai il prossimo fine settimana verrà messo sotto tiro l’irrealistico cambio dello yuan (o renminbi) fermo dal 1994. Ma gli analisti sostengono che nemmeno una rivalutazione del 30% renderebbe meno competitive le merci prodotte nell’Impero di mezzo, dove i salari sono bassi, i ritmi di lavoro forsennati e gli operai non scioperano né contrattano con le imprese. Altro che Cina. Il vero obiettivo è il sistema Italia. Su questo i sindacati dovrebbero battere, sfidando un governo la cui colpa non è tanto di proporre misure impopolari, quanto di dimostrarsi impotente a frenare il declino del paese.

L’interesse di Cgil, Cisl e Uil è riempire le piazze o riempire le fabbriche e gli uffici di nuovi occupati? E’ avvitarsi in una stagione di proteste o far aumentare investimenti, produttività, salari? Mettendo alla frusta anche una Confindustria che sembra diventata il muro del pianto, incapace anch’essa di lanciare proposte per lo sviluppo e spingere i propri associati ad aprire i portafogli per investire in nuove macchine, nuove fabbriche, nuovi prodotti. Non serve minimizzare la gravità della situazione. La catastrofe del ’92 non si ripeterà solo perché, grazie all’euro, non abbiamo più una valuta che può essere strapazzata in ogni momento dalla speculazione internazionale. Ma questo è uno scudo difensivo. Adesso ci serve la lancia dello sviluppo.