I sindacati: bene il ripensamento ma torni la «questione salariale»

28/11/2003


      Venerdí 28 Novembre 2003

      Lo strappo europeo-i vincoli sui bilanci


      I sindacati: bene il ripensamento ma torni la «questione salariale»
      LINA PALMERINI


      ROMA – C’è un nuovo conto da pagare per il menù "a la carte" scelto da Francia e Germania? Il mondo del lavoro che ha contribuito di tasca propria – sia in termini fiscali che salariali – all’ingresso nell’euro, si interroga sul giorno-dopo lo strappo alle regole del Patto. Proprio questo è stato il tema affrontato, lunedì scorso, in un incontro tra il sindacato europeo, il Governatore della Bce Trichet e il commissario Solbes. Un incontro in cui sono emerse le diverse valutazioni dei sindacati dell’Unione sulla rigidità o elasticità del Patto.
      Per l’Italia ha parlato il segretario generale della Cisl Pezzotta che ha sostenuto un ripensamento delle regole vista la congiuntura. L’introduzione, cioè, di criteri "governati" di elasticità sul parametro deficit/Pil, purché l’obiettivo sia quello della crescita, purché le spese siano destinate a investimenti in innovazione, ricerca, infrastrutture (tra le priorità il corridoio 5 e l’area euro-mediterraneo).
      Dietro il dibattito sul Patto, si nasconde la questione salariale. Il contenimento della dinamica retributiva, dicono i sindacati, sta per segnare il passo. «Con la politica dei redditi si è difeso il potere d’acquisto controllando l’inflazione: non c’è politica salariale migliore», si fa notare nelle tre confederazioni. Insomma, i sacrifici in nome dell’euro sono stati ricompensati da una stagione di bassa inflazione che ha tutelato le buste-paga. Tutto questo, per i sindacati, ora non c’è più. «C’è un silenzio assordante del Governo sulla politica dei redditi.
      Di fatto non c’è più una gestione e controllo sull’inflazione, si stanno buttando 10 anni di concertazione: in queste condizioni la rincorsa salariale è naturale. È nei fatti», dicono in Cisl.
      Ai tavoli di trattativa, l’impasse per i sindacati è doppia: bassa crescita, inflazione reale e «percepita» ben più alta di quella che si contratta. Se da un lato, quindi, si sostiene un ripensamento del Patto in nome dello sviluppo, si ragiona sulla strategia a breve: quella della corsa salariale. «Abbiamo ripetutamente chiesto al Governo un tavolo sull’inflazione ma siamo ancora in attesa», dicono in Uil. Una via d’uscita è quella della riforma della contrattazione: legare i salari più ai luoghi della produttività, aziende o territori, ma verrebbero fuori antiche divisioni sindacali. Intanto, la crisi della Germania riflette l’immagine di una progressiva debolezza sindacale: l’Ig Metall, il sindacato metalmeccanico tedesco, ieri ha "contenuto" le sue rivendicazioni salariali al 4% di aumenti contro il 6,5% chiesto nel 2002.
      Da destra e da sinistra, la questione salariale non viene negata. «È vero, c’è e c’è da tempo», ammette Renato Brunetta, economista di Forza Italia che spiega come la strada per affrontarla sia «l’aumento della produttività e la riforma degli assetti contrattuali. La Cgil, però, mi pare non voglia discutere di contrattazione». Perfino Giulio Tremonti, ha indossato i panni del sindacalista parlando di «retribuzioni orientali» e costo del lavoro «occidentale». Una contraddizione che alcuni non vedono, come l’economista Ds, Nicola Rossi, che però riconosce: «Negli ultimi anni, diciamo dal ’98 in poi, ho visto una minore attenzione sui temi contrattuali rispetto a quanto si è dedicato ad altri aspetti della concertazione».
      Se i salari sono una variabile, dopo lo strappo dell’Ecofin sul Patto c’è chi teme il peggio per il mondo del lavoro. «Vedo un rischio molto alto per l’Italia che, a differenza di Francia e Germania, ha un debito pubblico elevato. Questo – dice Rossi – potrebbe tradursi in tassi più alti, quindi in un freno alla ripresa, quindi in una perdita di posti di lavoro». Attende futuri sviluppi, invece, Brunetta: «Se la strada sarà quella di un allentamento per consentire investimenti, allora potremo scommettere sulla crescita. Se invece, si finanzierà spesa corrente, a beneficiarne saranno solo i salari dei dipendenti pubblici e dei lavoratori di settori protetti».