I sindacati attendono un regalo. A gennaio

30/10/2003



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  Lotta e diplomazia


30.10.2003
I sindacati attendono un regalo. A gennaio
di Felicia Masocco

ROMA Il ministro Maroni dice che non ci sono «tentennamenti» nella maggioranza nel portare a compimento la riforma delle pensioni;
Cgil, Cisl e Uil dicono che la contrasteranno senza tentennamenti. Un
nuovo sciopero generale non è escluso «prima o poi lo faremo» ha detto Savino Pezzotta. Un sostanzioso pacchetto di iniziative è già deciso, da qui alla pausa natalizia il sindacato sarà in campo con cadenza settimanale, sabato 6 dicembre a Roma una maxi-manifestazione. Come nel ‘94 quando il primo governo Berlusconi provò a mettere le mani sulla previdenza e si ritrovò centinaia di migliaia di persone in piazza. Anche in quel caso il raduno nella Capitale venne preceduto da uno sciopero generale di quattro ore mentre un altro di otto ore venne in seguito proclamato dai sindacati e rientrò solo dopo che Berlusconi stralciò la riforma dalla
Finanziaria, convocò i sindacati e in due giorni e due notti di trattative
fece un accordo che spianò la strada alla riforma Dini. Poi il governo cadde perché la Lega votò la mozione di sfiducia presentata dal centrosinistra.
Oggi le cose sono diverse, per più aspetti. E non è un caso che la
nella strategia sindacale la decisione di un nuovo sciopero generale resti sospesa. Non è tanto per il «freno» tirato dalla Uil di Luigi Angeletti che dice «il nostro problema in questo momento non è mostrare i muscoli, ma far conoscere i nostri argomenti» e lascia intuire di non essere troppo ottimista su una vittoria del sindacato.
In questo caso lo schema delle confederazioni divise non tiene,
l’unità di azione tra Cgil, Cisl e Uil non è in discussione, e nessuna delle tre sigle esclude il ricorso alla forma più dura di lotta.
Ma dicembre deve passare, fintanto che c’è di mezzo il semestre
italiano di presidenza Ue tutto resterà cristallizzato. Se qualcosa accadrà sarà in gennaio: probabilmente le crepe nella maggioranza di governo verranno allo scoperto e la riforma delle pensioni potrebbe finire nel calderone di una verifica, di un rimpasto da cui Tremonti e la Lega uscirebbero ridimensionati da un riequilibrio a favore di Udc e An oggi costrette ad una subalternità sempre meno tollerata. In quel caso «può succedere di tutto» si dice in ambienti sindacali, forse (forse) allora ci sarà una chance in più visto che Fini nel chiuso delle
stanze di Palazzo disconosce una riforma «scritta da Tremonti sotto dettatura di Bossi». Maggioranza in fibrillazione da un lato, lotta sindacale dall’altro potrebbero indicare la via per uscire dal muro contro muro. I sindacati dunque aspettano evoluzioni, è diffusa la consapevolezza che giocare ora la carta dello sciopero non cambierebbe granché lo stato delle cose. Ma è anche ovvio che se la
riforma venisse approvata entro l’anno come ha detto ieri il ministro del Welfare anche questo esile spiraglio verrebbe a mancare.
Ci vuole un rinvio, uno slittamento dell’approvazione dell’emendamento che contiene le modifiche al sistema previdenziale e «più che al governo la parola sta ora al Parlamento» si ragiona in casa Cisl, «le parole di Maroni chiudono ad ogni possibilità di mediazione». A sostegno delle ragioni della rappresentanza sociale
potrebbe venire un’azione trasversale delle forze politiche sia pure diversamente motivate, con i centristi e An che già alle Camere potrebbero dare manifestazione del loro maldipancia. Sempre che il governo non ponga la fiducia sull’emendamento così come ha già fatto con la Finanziaria. In tal caso l’esito sarebbe un
inasprimento dello scontro sociale non solo sulla previdenza, ma anche su scuola, sanità, sul Sud, sulla politica dei redditi e sullo sviluppo, insomma su tutti i fronti già aperti e su cui il sindacato confederale marcia compatto. E questo scenario resta in piedi
con tutta la sua pesantezza.
«Le parole del ministro Maroni allontanano il terreno di un dialogo
possibile» ha detto ieri il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani, per il quale se il governo ribadisce che quella è la sua linea e che l’emendamento non può essere ritirato «noi ribadiamo che la sua per noi non è una riforma ma una controriforma». Novembre e dicembre saranno di mobilitazione, le tappe sono già decise, primo appuntamento a Reggio Calabria il 15 novembre, un’assemblea di delegati per denunciare la totale assenza di una politica per il Mezzogiorno lasciato alla deriva.
«Se le cose non cambieranno – ha detto Savino Pezzotta – metteremo
in campo altre iniziative. Senza escludere un nuovo sciopero generale. Anzi prima o poi, un giorno, lo faremo». Ma intanto si aspetta di vedere quello che succede, in Parlamento prima, nel governo poi.