I simboli: il rito delle statue nella polvere

10/04/2003
           
          GIOVEDÌ, 10 APRILE 2003
           
          Pagina 13 – Esteri
           
          I SIMBOLI
           
          Quando cade una dittatura
          il rito delle statue nella polvere
           
           
           
          Quanti fino a ieri ubbidivano, ora si scatenano. Sperando in un futuro migliore
          Ma la storia insegna che, purtroppo, miseria e repressione spesso sono continuate
          La furia del popolo contro le immagini dei tiranni. In 60 anni, una scena vista tante volte
          Nel ´43 toccò a Mussolini, nel ´56 a Stalin, poi ad Amin e Bokassa, e nell´89 fu il turno del Muro
           
          SANDRO VIOLA

          C´è un momento in cui il crollo d´una dittatura, ovunque avvenga, ha qualcosa di già visto. E´ il momento in cui la folla, che sino al giorno prima applaudiva per timore o convinzione il dittatore, si scatena contro i simboli del regime in agonia. Una furia iconoclasta spinge uomini e donne, giovani e vecchi, a distruggere tutto quel che aveva raffigurato la dittatura, e in quelle ore niente e nessuno riuscirebbe a fermarli. Cadono così le statue, le allegorie, la tronfia monumentalità con cui la tirannia colpita a morte s´era sino allora celebrata. Cadono le statue in bronzo, in ghisa, in pietra, e la scena tutt´attorno è sempre la stessa: la folla in tripudio tra i rottami, le grida, gli insulti, le maledizioni.
          Il Novecento, il "secolo breve", è stato una lunga sequenza di questi riti liberatori.

          Quanti furori iconoclasti avevamo visti, infatti, prima di vedere ieri sugli schermi televisivi l´abbattimento della grande statua di Saddam Hussein in una piazza di Bagdad. E quel che colpiva, nella scena irachena, era appunto la somiglianza con tutte le altre che negli ultimi sei decenni l´hanno preceduta. Non è questione di geografie, popoli, religioni.
          Dagli anni Quaranta in poi, lo schianto d´un regime totalitario s´è sempre e ovunque portato dietro, dalla Mesopotamia ai Balcani, dal Tevere al Danubio e alla Moscova, le stesse scene di folla. Gli stessi deliri, un identico assalto ai simboli del sistema politico appena crollato.
          La prima immagine che affiora alla mente è quella di un´enorme testa di Mussolini spiccata da un monumento, issata su un camion, che attraversa Roma tra due ali di gente festante il 25 luglio del ’43. Non trascorrono due anni, e cadono le statue dei re a Belgrado, a Bucarest, a Sofia. Una lunga pausa, ed ecco nel ’56 – con la rivoluzione ungherese – il colossale Stalin tirato giù a Budapest, la testa rotolata lontano, le scarpe ancora sul piedistallo. Gli ungheresi esultano, ignari che i carri armati sovietici sono già in marcia dalla pianura ucraina.
          Passa qualche anno, e in Africa cadono i monumenti a ‘Nkruma, a Idi Amin, a Bokassa. Una pausa ancora più lunga, ed è l´89. Questa volta il simbolo più imponente della dittatura comunista è un muro, il Muro di Berlino. E le immagini della gente che s´insanguina le mani per sbrecciarne un pezzo anche minuto, restano indimenticabili. C´è regime e regime, infatti, dittatura e dittatura. E la caduta d´un tiranno africano è altra cosa che la fine del comunismo.
          In quell´89, vengono fatti a pezzi tutti i Lenin e i Marx che erano stati eretti in bronzo o in cemento armato da Berlino alla Bielorussia. E con loro gli Ulbricht, i Dimitrov, i Ceausescu. Né l´assalto al comunismo si ferma nell´Europa Centrorientale. In giugno, a Pechino, in uno dei giorni delle grandi manifestazioni studentesche in piazza Tienanmen, un barattolo di vernice blu viene lanciato contro il gigantesco ritratto di Mao Zedong che pende dal muro della Città proibita. Ma stavolta non c´è tripudio. I cinesi sembrano paralizzati, la testa levata, gli occhi fissi sul sacrilegio.
          Sinché passano altri due anni, e la folla si scatena a Mosca. Il tentativo di colpo di stato compiuto dai vecchi dinosauri sovietici è fallito, il partito comunista dichiarato fuori legge, e cade il monumento forse più emblematico del comunismo russo: la statua di Feliks Dzerzinskij, il fondatore della Ceka (poi Ghepeu, quindi Nkvd, infine Kgb: insomma il massimo strumento della repressione stalinista e post-stalinista), che stava in piazza della Lubianka, di fronte alla Lubianka, la sede delle quattro incarnazioni che la polizia politica ha avuto nell´Urss.
          Sì, ne abbiamo viste di statue cadere a pezzi. Di folle giubilanti tra i rottami. I regimi totalitari cambiano forme (non la sostanza, certo), cambiano i fondali ideologici, e sempre più moderne e terrificanti sono le armi con cui si fa la guerra alle dittature. Ma l´ultimo atto del dramma è sempre lo stesso. La gente che calpesta gli emblemi della dittatura ormai cadavere, l´impossibilità di sapere in quanti, tra coloro che esultano, erano sino a ieri dalla parte del tiranno.
          Sono scene che non stupiscono, perché sappiamo di che cosa sono fatte. Il sentimento di liberazione, la fine della paura, la rabbia che sale dal ricordo delle privazioni e dei soprusi subiti. La speranza che dalla notte della tirannia possa sorgere un´aurora di benessere, una vita più dignitosa.
          Solo che abbattere le statue non garantisce alcunché. Sarebbe ingiusto e comunque inutile andarlo a dire agli iracheni che stanno festeggiando sulle rive del Tigri, ma questa è la verità.
          Molte statue sono rotolate sull´asfalto senza che s´aprissero futuri radiosi. I busti dei filosofi e dei generali francesi distrutti ad Hanoi dopo il ’54, le statue dei primi leader post coloniali abbattute in Africa, le teste di Lenin infrante in Ucraina, in Bielorussia, in Moldavia e in Romania, non hanno schiuso l´avvenire migliore che la gente s´aspettava. Qui è durata infatti la miseria, lì la repressione. Perché ricostruire una società, mondarla di tutto il male che ha sofferto, è difficile. Richiede grandi sforzi da parte di tutti, e non solo da parte della comunità internazionale.
          Ragion per cui possiamo gioire della caduta di Saddam Hussein, ma non possiamo nasconderci che per gli irakeni comincia adesso un cammino impervio.
          Toccherà a loro comporre divisioni e tribalismi: mostrare il rispetto umano, la tolleranza, il senso della giustizia, che la tirannia aveva per più di trent´anni calpestato. Da fuori, dalle due nazioni che hanno fatto la guerra a Saddam Hussein, è venuto l´aiuto decisivo. Dalla comunità internazionale verranno adesso gli aiuti materiali. Ma come sarà il nuovo Iraq, questo dipende dagli iracheni.