I signori dello scaffale

18/11/2004


             
             
             giovedì 18 novembre 2004
             
            Numero 276, pag. 49
            GRANDE DISTRIBUZIONE
            In un settore con 80 miliardi annui di fatturato si sono fatti spazio molti gruppi internazionali
            I signori dello scaffale
            Coin, Rinascente e forse anche Esselunga potrebbero essere le prossime operazioni destinate ad aumentare il peso dei player esteri in Italia. Ecco la mappa dei protagonisti e quali sono le mosse più attese 
            di Marigia Mangano
            Vanta un giro d’affari complessivo di quasi 80 miliardi di euro e i principali player del settore sono fuori dai confini nazionali. È questa la fotografia del mondo della grande distribuzione in Italia, dove a brillare sono soprattutto i big stranieri. Dal settore alimentare, con operatori come Carrefour e Auchan, all’elettronica, con la tedesca Mediaworld, all’abbigliamento, con gli spagnoli di Zara e gli svedesi di H&M, le catene commerciali estere stanno conquistando sempre di più quelli che, fino a qualche anno fa, erano centri made in Italy. In che modo? Alleanze, prima di tutto, ma anche attraverso acquisizioni.

            In tal senso, sono in dirittura d’arrivo la vendita di Rinascente e Coin che finiranno con ogni probabilità nelle mani di fondi di private equity esteri. Ci sono poi voci insistenti di una trattativa aperta tra la Esselunga della famiglia Caprotti e il colosso americano Wal Mart. Insomma, in lista d’attesa ci sono una lunga serie di operazione destinate a confermare il peso crescente dei player esteri in Italia e ridisegnare così la mappa della grande distribuzione.

            Ecco una fotografia aggiornata dei principali player del settore e delle loro prossime mosse.

            I numeri del settore. Circa 78 miliardi. A tanto ammonta, secondo le rilevazioni della Faid Federdistribuzione, il giro d’affari del settore della grande distribuzione (dati al 1° gennaio 2004). Si tratta di circa il 26% dei consumi commercializzati che secondo le rilevazioni Istat relative alle spese delle famiglie nel 2003 si sono attestate a 310 miliardi, di cui 113 miliardi per il settore alimentare e 196 miliardi per il settore non alimentare. In particolare, secondo i dati Faid, ´il fatturato del settore fa riferimento ai risultati conseguiti da supermercati, ipermercati, grandi magazzini sulla base della redditività per mq di ogni singolo formato distributivo’.

            Il comparto alimentare delle grandi unità di vendita al dettaglio ha totalizzato un fatturato di 57,3 miliardi, il 18,4% dei consumi, mentre al non alimentare (abbigliamento, calzature, mobili, etc) sono andati 20,8 miliardi, il 67,2%. Se si considera la ripartizione per tipologia di punto vendita, secondo i dati Faid, sono i supermercati a brillare. Il fatturato è di 48,7 miliardi, il 62,3% del giro d’affari complessivo. Seguono gli ipermercati (23,2 miliardi, 29,8% del totale) e i grandi magazzini (6,1 miliardi, 7,9% del totale).

            Il settore alimentare tra cessione e future ipo. In alcuni casi si tratta di semplici alleanze tradotte poi in scambi azionari. È il caso della Finiper di Marco Brunelli e il colosso francese Carrefour. Insieme hanno infatti costruito un polo che raggruppa Gs, Iper e la catena Unes, acquisita poco più di due anni fa.

            In altri casi si tratta di vero e proprio shopping, come per i tedeschi della Rewe che hanno rilevato la Standa alimentare e hanno in pugno il controllo dei supermercati Billa e dei discount Penny. Sta di fatto che la grande distribuzione made in Italy, tra colossi francesi come Auchan e Carrefour e gruppi tedeschi del calibro della Metro (che vanta una quota vicina al 40% nel mercato all’ingrosso), è diventata ormai da diversi anni terra di conquista per le grandi catene commerciali straniere. E questo non solo nel mondo dell’alimentare. Gli stranieri brillano in comparti come l’abbigliamento dove pian piano stanno conquistando importanti quote di mercato il gruppo spagnolo di Zara e gli svedesi di H&M. E, ancora, nel mondo dell’elettronica con la tedesca Mediaworld (gruppo Metro) e nel settore del mobile dove ha ormai raggiunto una posizione importante l’Ikea.

            Un peso, quello dei big esteri, destinato a salire ancora di più alla luce di un paio di operazioni ancora in via di definizione, ma destinate con ogni probabilità a spostare il controllo di marchi importanti del made in Italy fuori dall’Italia. Prima fra tutte la cessione della Rinascente. Ma anche quella di Coin, oltre alle voci insistenti sulla vendita di Esselunga al gruppo Wal Mart.

            Rinascente ai francesi di Auchan. Dopo l’alleanza storica che ha legato il mondo Agnelli ai francesi di Auchan, la famiglia torinese è uscita definitivamente da Rinascente. Ifil ha infatti concluso la vendita ad Auchan delle attività alimentari del gruppo Rinascente. I francesi per conquistare un altro pezzo del mercato italiano della grande distribuzione hanno messo sul piatto 1.063 milioni di euro per il 50% della società. In questo modo hanno ottenuto il controllo totale della Società italiana distribuzione moderna, la scatola che contiene gli ipermercati Auchan, i supermercati Sma e il bricolage di Bricocenter e Sib. Si tratta di una valutazione molto più alta rispetto alle stime di mercato (che valutavano la quota intorno ai 900 milioni), in quanto incorpora un buon premio per il controllo del gruppo, finora condiviso tra Torino e francesi. Fin qui la parte alimentare. Ma è ormai in fase avanzata anche la dismissione della parte tessile di Rinascente (risultato della recente scissione), per la quale l’advisor Lazard ha raccolto una trentina di manifestazioni d’interesse, presentate da fondi di private equity e gruppi industriali attivi nella grande distribuzione. Gli asset in questione comprendono i magazzini Rinascente (18 strutture) e la rete Upim (147 negozi più 230 contratti di franchising). La sensazione è che anche nel caso degli asset tessili, che secondo alcune stime dovrebbero fruttare al Lingotto altri 400 milioni di euro, difficilmente la proprietà resterà all’interno dei confini nazionali. Con il risultato finale che un altro pezzo del made in Italy rischia di finire nelle mani di investitori americani.

            Nella lista delle cessioni figura, poi, il gruppo Coin per il quale sono in corsa soprattutto fondi di private equity esteri. Infine, il dossier Esselunga. Secondo indiscrezioni, non confermate dalla società, sono ormai diversi mesi che è in corsa una trattativa per la cessione del gruppo al colosso americano Wal Mart.

            Coop guarda a piazza Affari. Proprio la concorrenza dei colossi internazionali e la crescita del mercato di riferimento ha avuto un ruolo rilevante nella decisione di sbarcare a piazza Affari da parte di Immobiliare grande distribuzione a piazza Affari. Un’operazione tenuta in gestazione due anni, perché avviata tra l’ottobre e il novembre 2002. Ma sempre rinviata per l’andamento dell’economia nazionale e globale e per la situazione dei mercati azionari.

            Un passo significato, non solo dal punto di vista finanziario, ma anche geopolitico e strategico, perché segna il debutto sul listino delle Cooperative che gestiscono la grande distribuzione in cinque regioni, dato che Igd ha come soci di riferimento la Coop Adriatica che controlla il 74,81% e la Coop Toscana Lazio con una quota del 24,58%. L’intenzione è di sbarcare a piazza Affari entro il primo semestre del 2005 portando in borsa una quota oscillante tra il 35% e il 37% del capitale del gruppo controllato da Coop Adriatica (74,81%) e da Coop Toscana Lazio (24,58%) e che ha chiuso il 2003 con un valore della produzione di 36,680 milioni di euro e un utile di 8.881.754. Il motivo? Mantenere stretto il controllo del gruppo, rendendolo non scalabile da parte di colossi internazionali del calibro di Wal Mart. Anche perché la società vanta 230 mila mq di superficie dei sette centri commerciali e dei cinque ipermercati sparsi tra Abruzzo, Emilia Romagna, Marche, Lazio e Campania. (riproduzione riservata)