I salari crescono poco, il sindacato cala

24/03/2003


      Lunedì 24 marzo 2003

      I salari crescono poco, il sindacato cala

      In 10 anni le retribuzioni sono aumentate meno della produttività. E gli incrementi sono sempre più dovuti a contratti aziendali e individuali

          D ieci anni di politica dei redditi hanno piegato il costo del lavoro, ma non sono bastati a rilanciare la competitività del made in Italy. L’Ires, l’istituto di ricerche della Cgil, guidato in passato da personaggi del calibro di Giuliano Amato, Vittorio Foa, Bruno Trentin e Stefano Rodotà, è giunto a questa conclusione dopo una approfondita analisi sulle conseguenze dell’accordo del luglio ’93. Il volume, dal titolo «Bilancio di un decennio di politica dei redditi», è in stampa e sarà oggetto di un seminario di due giorni a maggio. Gli studiosi coordinati dall’attuale presidente dell’Ires, Agostino Megale, sintetizzano questo bilancio con una formula: «Tenuta problematica del potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali lorde»: a un’iniziale «significativa flessione» nel ’93-’95 ha fatto seguito un «generalizzato recupero» nel ’96-’99 cui però è seguita «una nuova flessione negli anni più recenti, dovuta soprattutto allo scostamento tra inflazione programmata e inflazione effettiva». Un po’ meglio è andata per le retribuzioni «di fatto» (che comprendono anche gli straordinari e i premi aziendali): al netto dell’inflazione sono cresciute, tra il 1993 e il 2002, a un tasso medio annuo dello 0,5%.
          I salari hanno, quindi, in media, guadagnato leggermente rispetto all’andamento dei prezzi. Ma hanno perso in confronto alla produttività, salita «a un tasso medio annuo superiore a quello delle retribuzioni di oltre l’1%». Conclusione: «Il peso relativo del monte retribuzioni sul prodotto interno lordo è sceso dal 36% del periodo 1980-82 al 29,5% del 1996-2001. La quota combinata dei profitti e del lavoro autonomo resta sostanzialmente stabile. È cresciuto, invece, in modo sistematico (da meno del 20% al quasi il 25% del Pil) l’insieme costituito da imposte indirette nette più contributi sociali».
          Gonfiando le entrate, quindi, si è arrivati al risanamento dei conti pubblici, ma a soffrirne è stata la busta paga. Nel ’95, a causa del dilatarsi degli oneri fiscali e contributivi, «le retribuzioni di fatto nette avevano perso quasi il 7% rispetto al 1990; nella seconda parte del decennio si è registrato un recupero che ha riportato il loro valore allo stesso livello del ’92». Nello stesso periodo, «in particolare dal 1998» – continuano i ricercatori dell’Ires – la pressione fiscale sulle imprese è diminuita in modo molto significativo, fino ad avvicinare la pressione fiscale media sulle imprese a quella sul lavoro dipendente.
          Dal punto di vista retributivo le medie nascondono «due fenomeni di grande rilievo». Circa un terzo della crescita delle retribuzioni di fatto non è determinata dal contratto nazionale ma da quello decentrato (premi di risultato) e, in misura crescente («circa il 15% dell’insieme della crescita retributiva») dagli aumenti discrezionali, quelli cioè decisi autonomamente dall’impresa verso i lavoratori. Di conseguenza aumentano le differenze salariali, con punte del 40% tra imprese grandi e piccole mentre lo scarto tra le retribuzioni medie dell’industria del Nord e del Sud è passato «da un meno 4,4% a sfavore del Sud nel 1993 al -13,6% nel 2000». Per frenare questa tendenza e la conseguente perdita di ruolo del sindacato, l’Ires suggerisce di riformare con la contrattazione (sia nazionale sia decentrata) i livelli di inquadramento del personale in modo da valorizzare la maggiore articolazione professionale presente oggi nel mondo del lavoro.
          Infine, i confronti internazionali. Le retribuzioni «sono cresciute in Italia a un tasso nettamente inferiore rispetto alla maggioranza dei Paesi considerati». Nel periodo 1991-2000 l’Ires stima una crescita reale del 3-3,5% in Italia rispetto ad aumenti fra il 10 e il 13,5% in Spagna, Germania, Francia e Danimarca e del 18% nel Regno Unito. Ma nel nostro Paese la produttività reale per addetto è cresciuta meno. Tuttavia, conclude l’Ires, «il confronto con le dinamiche e i livelli delle retribuzioni e del costo del lavoro di altri Paesi smentisce le ipotesi che attribuiscono a un’eccessiva dinamica delle retribuzioni o anche del costo del lavoro i problemi di competitività della nostra economia». Né, secondo l’istituto di ricerche della Cgil, si può dare la colpa alla scarsa flessibilità visto «che è arrivata nel giro di pochi anni a riguardare l’80% dei nuovi ingressi nel lavoro». Per capire perché il made in Italy soffre bisogna quindi guardare altrove, ai «nodi strutturali» non ancora sciolti, dalla carenza di infrastrutture materiali e immateriali alla scarsa presenza nelle produzioni ad alto valore aggiunto.
      Enrico Marro