I salari crescono meno se il contratto è collettivo

04/11/2002




        1 novembre 2002

        ITALIA-LAVORO
        I salari crescono meno se il contratto è collettivo

        Indagine Hewitt: aumenti più forti negli alti livelli

        Angelo Mincuzzi


        MILANO – Più garanzie, meno ricchezza: la contrattazione collettiva è un’arma a doppio taglio per operai e impiegati italiani, le cui retribuzioni aumentano meno che altrove. Il risultato emerge da un’indagine realizzata in sette Paesi europei dalla società di consulenza Hewitt Associates, che ha analizzato gli incrementi salariali in 608 grandi aziende, 115 delle quali italiane. Sotto la lente sono finiti gli aumenti totali delle retribuzioni fisse derivanti da contratti collettivi o da automatismi, come gli scatti di anzianità, ai quali sono stati aggiunti gli incrementi di merito concessi ai dipendenti su base individuale: ne è scaturito il quadro delle reali dinamiche salariali in Italia, Spagna, Germania, Gran Bretagna, Francia, Belgio e Olanda confrontate con i rispettivi tassi di inflazione.
        La situazione italiana. In Italia il rallentamento dell’economia ha avuto un impatto visibile sulle retribuzioni, tanto che gli incrementi accordati nel 2002 si sono attestati su livelli decisamente più bassi rispetto agli ultimi anni e sono inferiori anche rispetto alle previsioni realizzate un anno fa. A fronte di un aumento del costo della vita del 2,6%, i salari crescono del 2,8% per gli operai, del 3,6% per gli impiegati e del 4,3% per i quadri. Ai livelli superiori, i dati indicano un incremento del 4,4% per la dirigenza e del 4,7% per il top management. Il risultato è un andamento a doppia velocità, che porta in alto gli stipendi di manager e quadri e penalizza i livelli inferiori. «È un effetto distorsivo della contrattazione collettiva nazionale, che non ha pari negli altri Paesi europei», chiarisce Katia Riva della Hewitt Associates. Sotto accusa sono le rigidità e gli automatismi collegati ai rinnovi degli accordi, che lasciano poco spazio agli aumenti di merito: «La fetta più grossa delle risorse destinate dalle aziende agli incrementi salariali – spiega infatti Katia Riva – viene fagocitata dai contratti collettivi che, spalmati su grandi numeri, danno poco a tutti. Sicuramente gli accordi nazionali sono una garanzia per i dipendenti, ma c’è anche un’altra faccia della medaglia da considerare». Si spiega così il fatto che il top management italiano sia al secondo posto, dopo l’Olanda, nella classifica degli aumenti retributivi nel 2002, mentre gli operai sono relegati in penultima posizione, prima della Francia, dove però il tasso di inflazione registrato dalle aziende è stato dell’1,8%. Salari e costo della vita. A livello europeo il legame tra aumento delle retribuzioni e inflazione non appare più così solido come negli anni passati. In Paesi come Germania e Belgio, con un tasso di inflazione attorno all’1%, le aziende hanno accordato ai dipendenti aumenti di circa tre volte superiori. In Italia gli incrementi si mantengono più o meno sugli stessi livelli dell’inflazione per gli operai, mentre sono cresciuti di quasi il doppio per il top management. La politica di maggior rigore è stata seguita, invece, dalla Spagna dove, con un tasso di inflazione del 3,7%, gli aumenti dei salari variano dal 3,8 al 4,3 per cento.
        Le previsioni. Il 2003 sarà un altro anno di incertezza per le imprese europee. Almeno a giudicare dall’ulteriore taglio dei budget destinati alle risorse umane registrato dallo studio di Hewitt Associates. Non è una novità: sono alcuni anni che il trend è decrescente, a causa principalmente del rallentamento dell’economia e del Patto di stabilità tra i Paesi dell’area euro. E per il prossimo anno le aziende stimano incrementi sostanzialmente in linea con il 2003. In Italia, le imprese prevedono un tasso di inflazione del 2,3% e incrementi del 2,7% per gli operai, del 3,6% per gli impiegati e del 4,1% per i quadri, mentre dirigenti e top management aumenteranno i rispettivi stipendi del 4,5 e del 4,7 per cento.