I salari battono il carovita, polemica sull’Istat

01/09/2004


        mercoledì 1 settembre 2004

        LE CIFRE DELL’ISTITUTO SI INSERISCONO NEL DIBATTITO SUL RINNOVO DEI CONTRATTI. BOOM DEGLI SCIOPERI A MAGGIO
        I salari battono il carovita, polemica sull’Istat
        I sindacati: «Sono dati fuori dal mondo». Sacconi: «Posizioni strumentali»

        ROMA
        Numeri ufficiali, numeri che sollevano polemica, ma numeri in cui ben pochi lavoratori dipendenti italiani potranno riconoscersi. Sono i dati diffusi dall’Istat ieri, secondo cui rispetto al luglio del 2003 le retribuzioni contrattuali nel nostro paese sono aumentate del 3,2%, ovvero quasi un punto in più rispetto all’inflazione registrata nello stesso periodo (2,3%). Insomma, nonostante tutti abbiano l’impressione di essere diventati un po’ più poveri, in realtà il potere d’acquisto dei salari sarebbe aumentato. Una tesi che naturalmente fa discutere, proprio nel bel mezzo di un confronto tra governo, sindacati e imprenditori sulla revisione del sistema contrattuale.


        Secondo le rilevazioni Istat, dunque, l’aumento delle retribuzioni orarie contrattuali a luglio è stato del 3,2% su base tendenziale e dello 0,6% rispetto a giugno. I contratti vigenti riguardano 8,4 milioni di lavoratori (il 64,1% del monte retributivo complessivo). Mentre hanno contratti collettivi in vigore la quasi totalità dei lavoratori dell’industria (solo l’1,5% degli accordi del settore è in attesa di rinnovo), restano con contratti scaduti importanti settori economici, come quello del pubblico impiego, delle banche, del trasporto pubblico locale e di quello aereo.


        Difficile valutare la fondatezza di queste valutazioni statistiche, che sicuramente si scontrano con la «sensazione» di maggiore povertà vissuta quotidianamente da molti cittadini. È probabile che la chiusura prima dell’estate di molti rinnovi contrattuali (come il commercio) possa aver trainato verso l’alto l’indice Istat; ma non c’è dubbio che siano in molti a dubitare se non altro della efficacia dell’indice dei prezzi al consumo. In ogni caso, per il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi il dato dell’Istat «fa giustizia della strumentale drammatizzazione operata da settori dell’opposizione politica e sociale». Sacconi sottolinea la crescita media delle buste paga ma ricorda che non bisogna trascurare le pulsioni salariali di determinate aziende, settori e territori «perché l’andamento tendenzialmente egualitario delle retribuzioni lascia insoddisfatti i lavoratori inseriti in contesti a maggiore produttivita». Il sottosegretario stigmatizza poi anche l’aumento degli scioperi (1,4 milioni di ore perse a maggio, la metà di quelle perse nei primi 5 mesi del 2004) sottolineando che a parte «la brutta pagina di Melfi» si sono avuti «in settori non esposti alla concorrenza come il pubblico impiego».


        Non esiste una questione salariale nel nostro paese? I sindacati reagiscono duramente. Per la Cgil che esista un problema retributivo «lo ha riconosciuto anche Confindustria», con le affermazioni del vicepresidente Alberto Bombassei, «ma non questo governo, che con il tasso di inflazione programmata indicato nel Dpef vuole ridurre ulteriormente le retribuzioni». Secondo il responsabile economico della Cgil, Beniamino Lapadula, Sacconi «soffia sul fuoco» per «creare un alibi per non rinnovare i contratti scaduti e far tornare così la dinamica retributiva al di sotto dell’inflazione». Per il numero uno della Funzione pubblica Cgil, Carlo Podda, Sacconi «è prigioniero delle sue ossessioni. Saranno i fatti e la lotta dei lavoratori pubblici – afferma – a far sì che il sottosegretario al Welfare si faccia una ragione del fatto che il rinnovo del contratto nazionale di lavoro è un diritto e non una benevola concessione». «Non si può ragionare su dati settimanali – afferma il segretario confederale della Cisl Pierpaolo Baretta – il dato complessivo dimostra che il potere d’acquisto si è ridotto e che i rinnovi dei contratti sono bloccati. Che esista una questione salariale in Italia è fuori discussione. Non bisogna strumentalizzare né da una parte né dall’altra ma affidarsi a una seria politica dei redditi». Adriano Musi, numero due della Uil, valuta quello di Sacconi «un ottimismo eccessivo». «L’Istat – sostiene Musi – dovrebbe spiegare il modo in cui vengono date queste cifre perchè penso che fornire su un unico mese il computo degli arretrati e degli aumenti salariali dovuti per i sei mesi precedenti sia un modo sbagliato di calcolare la media degli incrementi. In questo modo si compromette la serietà del dato statistico e si fornisce benzina a chi vuole fare polemica sulla credibilità dell’Istituto». E il vicesegretario Ugl Renata Polverini parla di «valutazioni infelici ed inopportune» e di un «colpo di sole» per l’Istituto di statistica. Al contrario, difendono Sacconi i giovani di Forza Italia: per Simone Baldelli, la Cgil «più che manifestare il suo legittimo dissenso, sembra interessato ad additare irresponsabilmente Maurizio Sacconi come una sorta di "nemico del popolo"»
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        [r.gi]