I rischi di frattura tra Pd ed esecutivo (M.Franco)

12/10/2007
    venerdì 12 ottobre 2007

    Pagina 6 – Primo Piano

    LA NOTA

    I rischi di frattura tra Pd ed esecutivo

    Diffidenza dei prodiani sulle ipotesi di azzeramento fatte da Veltroni

      di Massimo Franco

        S enon è una fuga dal governo, seppure a parole, le somiglia. Quando due ministri annunciano di essere pronti a dimettersi, altri due li sfidano a farlo, e i presidenti dell’Ulivo in Camera e Senato sostengono l’azzeramento di cariche e dicasteri dopo il 14 ottobre, qualcosa sta succedendo. Tanto più perché lo fanno dopo la «cura dimagrante» proposta da Walter Veltroni, da domenica probabile segretario del Pd; e dopo la reazione gelida di Romano Prodi, che rivendica il diritto di decidere il futuro della coalizione. La sconfitta dell’Unione ieri in commissione Difesa al Senato è uno scricchiolìo; ma quelli veri sono previsti a partire da lunedì.

        Sentir dire a ministri come Giuseppe Fioroni e Giovanna Melandri che bisognerebbe tagliare posti e che sono pronti a farsi da parte, significa soprattutto una cosa: per un pezzo del Pd, stare al governo forse non è più vantaggioso. Prendere le distanze dal Professore viene considerato un gesto che costa meno della scelta di restargli accanto. È come se molti cercassero di riposizionarsi in vista del «dopo». Non si spiega altrimenti il modo in cui viene ignorata l’irritazione di Prodi, continuando a parlare di azzeramento. Il ministro Antonio Di Pietro capisce che è un tema scivoloso, per la leadership del Pd.

        Per questo, maliziosamente chiede «la prova della concretezza» a Veltroni. Lo avverte che sarà credibile solo «se il giorno dopo averlo dichiarato, mette davvero a disposizione i suoi ministri». E un altro ministro, Clemente Mastella, incalza che «il Pd ne ha troppi». La singolarità di un simile dibattito sta nel fatto che sembra prescindere dal presidente del Consiglio: un atteggiamento che probabilmente sottovaluta la reazione prodiana.

        Fedelissimi a parte, l’unico che azzardi una difesa è il ds Fassino. «Fossi in Prodi mi irriterei», dice. «Non è bene che qualcuno gli dica ogni giorno cosa fare». La situazione scopre una delegittimazione strisciante di Palazzo Chigi, che la vigilia del voto di domenica porta allo scoperto. Gli ulivisti parlano apertamente di pericoli per l’esecutivo, se Veltroni diventa segretario. Dietro la parola d’ordine del «governo nuovo» vedono spuntare un «nuovo governo» senza più il Professore. «Con me invece sì che si rafforza», assicura Rosi Bindi, polemica fin dall’inizio; e tuttora convinta che le mosse del sindaco capitolino odorino di Prima repubblica.

        Ma la Bindi non è isolata. Dietro di lei esiste una filiera agguerrita, capeggiata dal ministro Parisi. Veltroni cerca di spiegarsi. Sostiene che «se Prodi deciderà di continuare così, lo seguiremo lo stesso». Teorizza però «una politica più magra». E nella sua insistenza sul «nuovo ciclo » che si aprirà a partire dal 14 ottobre, il posto assegnato al premier sembra nel pantheon, non nel futuro. A suo avviso il «patto fiscale» con gli italiani non regge più. Ed è difficile non vedere una critica diretta al tandem Prodi – Padoa- Schioppa. Rimane da capire se è il presagio di una frattura fra Pd e Palazzo Chigi.