I Rinaldini boys e le ambizioni del quarto sindacato

13/09/2007
    giovedì 13 settembre 2007

    Pagina 9 – Primo Piano

    RITRATTI DI FAMIGLIA

      I Rinaldini boys e le ambizioni del quarto sindacato

        Marco Imarisio

          MILANO — Nel dubbio, sempre più a sinistra e sempre più da soli. «Dov’è lo scandalo, dov’è il problema?» Il giorno dopo quello che all’unanimità è stato definito come «lo strappo», Gianni Rinaldini finge di stupirsi dello stupore.

          Il segretario della Fiom sa bene che nello stagno della politica italiana il «no» del suo sindacato all’accordo sul welfare è un sasso che può produrre onde fastidiose per Cgil, Rifondazione e governo, in ordine sparso. Si tratterà anche di «un normale atto di democrazia sindacale», ma ha riacceso le luci sulla Fiom, il sindacato della nobiltà operaia e della contrapposizione frontale, della lotta di classe che viaggia di pari passo alle rivendicazioni salariali.

          Quello dei «puri e duri» è un santino scomodo. Francesca Redavid, responsabile organizzativa della Fiom, non accetta di essere considerata come un bastone tra le ruote dell’attuale governo e della Cgil. «Ogni volta è la stessa cosa. Ogni elemento di conflitto sociale, ogni episodio che riporta in primo piano le esigenze del mondo del lavoro, finisce per mettere in crisi la politica, e quindi non va affrontato. Noi ci limitiamo a rifiutare questo ragionamento».

          Il «no» dell’altro giorno è stato in realtà la logica conclusione di un percorso cominciato nel 1996. «Fiom, sindacato indipendente», era questo il titolo del congresso di Rimini, uno slogan programmatico che voleva indicare la strada per riprendersi dalle sconfitte degli anni Ottanta, la batosta alla Fiat, il riflusso e le fabbriche che chiudevano in serie. «Fu un momento fondamentale per ricostruire la nostra identità» riconosce Maurizio Landini, membro della segreteria nazionale, ex capo della Fiom emiliana, in termini di iscritti la più «pesante» insieme a quella piemontese. «C’era bisogno di ricostruire un senso comune, intervenendo nella società per portare la nostra idea del mondo».

          Landini viene da Reggio Emilia e a 16 anni lavorava come operaio apprendista in una Coop di Cavriago. La sua è una storia di fabbrica «classica», quella della romana Redavid invece è puro sindacato, dalla Cgil alla Fiom, per seguire nuove realtà come quelle dei call center, dei lavoratori informatici e delle telecomunicazioni. Quasi coetanei, 46 anni e 47 anni, entrambi segnati da quella visione, la ricerca dell’indipendenza, il sogno non dichiarato di costituirsi come «quarta forza », che fu una delle ultime battaglie di Claudio Sabattini, storico leader Fiom scomparso nel 2003. Una figura che per il segretario Rinaldini e per l’attuale gruppo dirigente rappresenta qualcosa di molto vicino alla guida spirituale. Anche il segretario piemontese Giorgio Airaudo, un altro figlioccio di Sabattini, non vede alcun scandalo nel «no», e ribadisce qual è la linea condivisa. «Noi proviamo ad essere indipendenti da partiti e governi. Quella sul welfare è stata definita una "trattativa anomala", e non da noi. L’errore recente di tutto il sindacato è illudersi di avere sempre una rendita di posizione avallando certe scelte. Gli operai se ne accorgono e accomunano i sindacalisti ai politici. Il virus del vaffanculismo alla Beppe Grillo si sta diffondendo anche nelle fabbriche».

          La Fiom che matura il suo «no» è un sindacato con 364 mila iscritti, uscito indenne dalla frammentazione della sua base, dove l’operaio non è più «macchina per la lotta di classe», definizione dello studioso Aris Accornero, ma è diventato più individualista, nei consumi e nelle rivendicazioni. Ha aggiunto altre figure di lavoratori coniugando la promessa di una intransigenza assoluta ad una notevole capacità di trattativa sui salari. E’ con una punta di orgoglio che Airaudo sottolinea che la crisi di rappresentanza che investe ogni sigla, alla Fiom è attenuata «dal sopravvivere di uno spirito di appartenenza » che forse altri sindacati di categoria hanno perso per strada.

          A guidare la Fiom c’è una strana coppia. Il segretario Rinaldini, emiliano, baffi e look da film di Ken Loach, è da sempre un seguace dichiarato di Sabattini, che conobbe nel fatidico 1968 quando quest’ultimo era responsabile della sezione universitaria del Pci e plasmò un gruppo di giovani a colpi di Rosa Luxemburg e operaismo italiano declinato secondo i Quaderni Rossi, la rivista degli «eretici» di sinistra. Della nidiata faceva parte anche Giorgio Cremaschi, capo della sinistra Fiom, poco amato all’interno del gruppo dirigenziale per via di una certa attitudine ad esternazioni incendiarie che gli hanno però garantito, oltre alla visibilità, anche una rendita di posizione. E’ lui l’ufficiale di collegamento con quello spazio che si sta aprendo a sinistra dei Ds e ancora più in là. La loro alleanza ha spostato la Fiom sempre più a sinistra, facendola diventare soggetto autonomo ma anche, non inavvertitamente, più politico. Fino alla rottura di un tabù che neppure Sabattini, comunque mai tenero verso la Cgil, aveva infranto. Un dirigente che ha votato «no» e chiede l’anonimato per comprensibili ragioni, spiega che la logica usata nella discussione non era di natura contrattuale ma ideologica. Come se il «no» fosse dettato anche dalla necessità di crearsi un orizzonte politico.

          E’ una scelta che rischia di avere effetti collaterali. Se ieri Rinaldini si accalorava per spiegare che la Fiom non farà campagna per il «no» nelle fabbriche e si rimetterà alle decisioni della Cgil, il leader della minoranza Fausto Durante invocava invece un impegno diretto per convincere i lavoratori ad accettare l’accordo, mentre Cremaschi chiedeva di spiegare anche le ragioni del «no». Nella corsa a chi è più duro e puro c’è sempre il rischio di perdere qualche pezzo per strada.