I riformisti e la via thatcheriana al lavoro – di Antonio Polito

22/03/2002


 
       
I RIFORMISTI E LA VIA THATCHERIANA
 
 
 
 
    ANTONIO POLITO
Tempi bui per i riformisti. Angosciosi e tristi. Uccidono sempre loro: Tarantelli, D´Antona, Biagi, sia che lavorino per governi di centro-sinistra che di centro-destra. Uccidono chi sta in mezzo, chi cerca soluzioni ai problemi del paese prima di chiedersi «cui prodest». Uccidono una cultura opposta al «tribalismo» della politica italiana, che obbliga a stare o di qua o di là. Così tentano di uccidere la speranza di un paese migliore, che riposa nel riformismo, pragmatico e graduale.
Tempi duri per i riformisti, pur così autorevoli nel centro-sinistra italiano, che hanno taciuto, che non hanno avuto la forza di affermare che nel progetto di Biagi non c´era niente di «vergognoso».

Che anzi, nel quadro di una riforma complessiva del mercato del lavoro, la modifica dell´articolo 18 non è un tabù, può andare nella direzione giusta, e comunque in una direzione che almeno un paio di socialdemocrazie europee sottoscriverebbero. Bisogna avere l´onestà liberale di saper distinguere il merito dal metodo, il contenuto dal contenente.
Nel «tribalismo» della nostra lotta politica è cruciale allargare l´area di coloro che non nascondono il cervello sotto l´elmetto. Quell´area di cui Biagi, come Tarantelli e come D´Antona, faceva parte. Il terrorismo in Italia non è una «variabile impazzita», ma piuttosto la degradazione estrema e nichilista di quel «tribalismo». Sottrarvisi è dunque un dovere, anche per difendere lo spazio vitale di chi ha il coraggio delle proprie opinioni.
Ma perché i riformisti hanno taciuto, nell´infuriare dello scontro? E´ un travaglio che conosco di persona, dunque credo di poter indicare due motivi.
Il primo – lo dico subito – è sbagliato. Pur non trovando «vergognosa» la riforma del´articolo 18, i riformisti trovavano e trovano «vergognosi» altri aspetti della politica di questo governo. In particolare la non-soluzione del conflitto di interessi (eliminazione per legge del conflitto lasciando intatti gli interessi); e il demagogico ricorso a sacri principi come la sovranità nazionale per perseguire interessi personali, sabotando su scala europea la lotta alla criminalità e al terrorismo (è curioso che le Brigate Rosse critichino nel loro comunicato quel mandato di cattura europeo che anche Berlusconi non voleva). Ma tacere sulle possibili ragioni del governo per vendicarsi dei suoi certi torti è sbagliato. Ripercorre infatti la via della politica «tribale», nella quale gli interessi generali finiscono sempre per essere subordinati alle necessità della lotta partigiana. La soluzione dell´anomalia Berlusconi non verrà dalla resistenza all´articolo 18, semplicemente perché non si sommano le pere con le mele: la riforma del mercato del lavoro rientra tra le competenze legittime di un governo, qualunque sia il suo peccato originale.
Il secondo motivo per cui i riformisti hanno taciuto è più valido. Il governo Berlusconi ha agito, su istigazione della Confindustria, come se volesse usare la riforma dell´articolo 18 per spezzare le reni ai sindacati. Ha fatto sapiente ricorso allo strumento delle deleghe per uccidere il dialogo sociale nella culla. E´ sfuggito al possibile compromesso suggerito da Cisl e Uil, preferendo andare fino in fondo, o la va o la spacca. E´ partito attaccando un tabù della Cgil, invece di cominciare dalla riforma del sussidio di disoccupazione e del collocamento, dalla formazione permanente, dalla costruzione di un moderno welfare necessario alla flessibilità.
Biagi aveva scritto la musica, ma Berlusconi ne ha scelto una pagina e ha dato il tempo. E il tempo, in politica, è tutto.
Questa è una via thatcheriana. Non solo rischia di fallire, perché in Italia il potere politico, anche dopo l´avvento del bipolarismo, non è abbastanza forte. Non solo ottiene il risultato opposto a quello sperato, riconsegnando al sindacato la titolarità generale della difesa dei diritti, che lo rilancia come soggetto politico improprio, capace di coagulare e di guidare l´opposizione. Ma non è neanche giusta in sé. Una moderna democrazia europea non è più efficiente ed equa con meno rappresentanza collettiva dei lavoratori. Non abbiamo, per esempio, un sistema giudiziario abbastanza agile e indipendente da farsi carico della conflittualità sociale al posto delle relazioni sindacali, come oggi avviene in Usa e in parte in Gran Bretagna. La ricerca eccitata e retorica dello scontro riduce poi di per sé la pace sociale, che è l´ambiente migliore per fare con successo le riforme.
Queste ragioni – come ho detto – non sono sufficienti a giustificare il silenzio dei riformisti, ma lo spiegano. La morte di Biagi serva almeno a liberare dagli opposti estremismi l´azione politica di quest´area. Di chi vorrebbe cambiare il mercato del lavoro, ma non per liberarsi di Cofferati. Di chi vorrebbe liberarsi di Berlusconi, ma per sostituirlo con un governo migliore che metta subito mano alla riforma del mercato del lavoro, in un quadro di nuove protezioni sociali.
Però questi motivi sono sufficienti perché il centro-destra ripensi la sua strategia, e passi dall´ideologia alla politica. Nella Spagna di Aznar o nell´Irlanda di Ahern, tanto per usare esempi politicamente analoghi, riforme ben più radicali sono state realizzate con una politica di coinvolgimento e di trattativa con i sindacati, quando non addirittura di vera e propria concertazione.
E´ ovvio che non possono esserci poteri di veto. Ma l´arte della politica è quella di non fornire opportunità per i veti, e ragioni a chi li pone, e consensi a chi li mette. Il governo Berlusconi non sarà certo ricordato negli anni a venire per il suo orgoglio nel tenere un punto – un punto solo – nell´immane lavoro per riformare il welfare; ma per il suo successo o insuccesso nel conseguire una riforma equa ed efficace di regole vecchie, scritte in un mondo che non c´è più. E dal punto di vista di chi guarda ai risultati e non ai muscoli, finora è stato un disastro.
Ci sono riformisti anche nel centro-destra, gente che non è andata al governo per la maggior gloria di D´Amato e che ieri ha bloccato sul nascere un tentativo dei «pasdaran» di introdurre per decreto-legge una deroga all´articolo 18. Anche loro hanno il dovere di mettere fine a questo silenzio, già rotto dal rimbombo di quattro spari.