I «riformisti» Cgil si ribellano a Epifani

08/09/2003




sabato 6 settembre 2003
I «riformisti» Cgil si ribellano a Epifani: basta fare politica

Un documento di 49 dirigenti vicini alla linea del leader ds chiede uno stop alle «iniziative separate» da Cisl e Uil e definisce «inadeguata» la posizione sulle pensioni
      ROMA – L’ala riformista-fassiniana della Cgil alza il tiro e in un documento di circa 20 cartelle firmato da 49 dirigenti, chiede al sindacato di Guglielmo Epifani di cambiare. E’ suddiviso in 15 punti e in alcuni passaggi è molto critico. Sul Patto per l’Italia, che la Cgil non ha firmato, accusa l’attuale dirigenza di «aver imboccato la strada dell’autosufficienza» e di aver deciso una «serie di atti unilaterali, manifestazioni e scioperi, non tutti dettati da una effettiva necessità». Contesta l’organizzazione definendo la struttura attuale «troppo appesantita, burocratizzata e ritagliata su un sistema sociale e produttivo ormai avviato al tramonto». Ovviamente giudica il referendum un grande errore e invita Epifani a riflettere sull’unità sindacale. L’obiettivo di questa sortita, elaborata nel mese di agosto, è quello di aprire una grande discussione interna. «Non vogliano fare polemica con nessuno, ma di fronte ai grandi cambiamenti che stanno avvenendo – afferma Antonio Panzeri, responsabile per l’Europa della Cgil e uno dei firmatari – la nostra intenzione è mettere in campo delle idee per cambiare le cose». «Anche Epifani spesso ha parlato di "risindacalizzazione" – continua l’ex segretario della Camera del Lavoro di Milano – e ora occorre riposizionare la Cgil in modo da guardare al futuro e non al passato».
      L’esistenza di questo documento – intitolato
      Europa, unità, autonomia, lavori, per una nuova fase del sindacato confederale in Italia - è stata svelata da un pezzo non firmato sull’ Unità di giovedì. Ma da giorni era possibile analizzarne i contenuti sul sito della Cgil cliccando nella zona «primo piano» della finestra «ufficio stampa». Alla segreteria Cgil il documento non ha fatto certo piacere e nei giorni scorsi è stato discusso in modo informale. Paolo Nerozzi, segretario confederale, non nasconde il suo dissenso nei «contenuti e nel modo con cui è stato presentato». «E’ giusto rispettare le minoranze – ha detto – ma quando si vuol cambiare le cose bisogna chiedere un congresso ed essere coerenti perchè, mi risulta, che i firmatari finora abbiano votato la linea della Cgil».
      Agostino Megale, presidente Ires e uno dei protagonisti di questa iniziativa, precisa che l’obiettivo è quello di «portare la Cgil a una conferenza di programma», per lanciare una «offensiva unitaria che sia autonoma rispetto ai partiti». Non vi è dubbio che il documento vada inevitabilmente a intercettare la nascente fase del partito unico della sinistra e sarà interessante capire che effetto avrà sul maggior sindacato italiano. Sul
      manifesto Rossana Rossanda ha già bollato le 20 cartelle come il «documento diessino che intima alla Cgil di smettere di fare politica, che cessi di procedere da sola invece che con le più sagge Cisl e Uil e che torni a essere sindacato senza pregiudizi ideologici».
      Il punto 5 del documento affronta proprio questo aspetto: «Si ha l’impressione, vera o presunta – si legge – di uno sconfinamento della Cgil sul terreno politico per condizionare la dirigenza dei Ds, per gettare le basi di un nuovo progetto». Per i 49 «eretici» il bilancio per la Cgil «non può che essere critico e non autocelebrativo». Il capitolo 7 è il più lungo e affronta il tema dell’unità sindacale partendo dall’appello di Gino Giugni invitando la Cgil a non compiere «più iniziative separate». Ne contesta anche l’azione sul fronte delle pensioni definita «inadeguata».
      Che succederà adesso? Al quartier generale Cgil prevale la convinzione che l’iniziativa sia destinata ad afflosciarsi da sola. Intanto, per il 15 di settembre, i 49 dissidenti si sono autoconvocati nel centro di Roma per «preparare la linea successiva». «Perchè è chiaro – precisa Megale – che questo documento è solo una prima bozza, e un primo passo».
Roberto Bagnoli


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