I «riformisti» Cgil: l’unità con Cisl e Uil? Viene prima delle lotte

23/02/2004


    20 Febbraio 2004
    MODERNISMO
    I «riformisti» Cgil: l’unità con Cisl e Uil?

    Viene prima delle lotte
    Summit della destra Cgil. Parole d’ordine: concertazione e zero conflitti. Per una grande melassa che guarda al triciclo
    La kermesse «E’ tempo di costruire una piattaforma unitaria», il leit motiv dell’incontro. Blindare la Cgil per brindare con Prodi


    CARLA CASALINI
    Avevano promesso mille delegati a Roma da tutt’Italia, i «riformisti» della Cgil, e ieri il teatro Eliseo effettivamente si è riempito: in prima fila gli ex segretari Bruno Trentin e Antonio Pizzinato; profilo dei partecipanti, il quadro medio sindacale, da tutt’Italia sì, ma fortissima la componente della Cgil lombarda, come è naturale dato che lì nasce il primo embrione dei «riformisti» e di lì viene Antonio Panzeri, oggi segretario per l’Europa, che ha tenuto la relazione introduttiva. Una relazione lunga, con tutti i
    topoi cari al sindacato: «autonomia», «proposta», «progetto», «democrazia»; e i contesti «territorio», «Europa» per i mutamenti del lavoro, sociali, istituzionali. Nel mare delle parole, prima chiave di senso è il titolo stesso dell’assemblea di ieri: «E’ tempo di costruire una piattaforma unitaria» – vero leit motiv della relazione e degli interventi di Agostino Megale, di Aldo Amoretti, di altri partecipanti. Lo spunto più attuale è la vicenda delle pensioni, ed esplicito è lo scontento per la previsione di «lotta» contro la proposta del governo che era stata decisa dall’ultimo direttivo Cgil.

    Ma l’unità sindacale voluta risulta da molti interventi prioritaria rispetto allo stesso merito. E ci sarebbe da chiedere allora se la Cgil, secondo i «riformisti», non avrebbe per caso dovuto firmare a suo tempo anche il Patto per l’Italia con Berlusconi – che pure le stesse Cisl e Uil oggi lamentano non abbia sortito i risultati da loro sperati, dando perciò ragione alla Cgil proprio sul «merito».

    La relazione di Panzeri giudica invece passato e presente della Cgil diversamente, e critica «due strade» da cui può essere tentato il sindacato: quella «corporativa», che intende «lasciar fiorire i conflitti» – chiamata in causa sembra la scelta della Fiom e azioni consimili – e l’altra, che si risolve in una «visione politicista» che «può anche raggiungere momentanei successi» – e l’immagine corre alla Cgil dell’ultimo Cofferati segretario – ma «snatura il ruolo di rappresentanza» del sindacato fino alla «crisi non risolvibile nel rapporto con i lavoratori».

    I commenti si intrecciano in sala, dove sono arrivati anche molti «osservatori», dalla sinistra Cgil, dalle categorie. Incombe l’incontro col governo sulle pensioni e Panzeri spiega ai giornalisti che a quel direttivo si è astenuto chiedendo «una nuova discussione prima di decidere uno sciopero», e tutti gli sforzi per «una iniziativa unitaria». Una affermazione condivisibile, se non fosse che l’ordine del giorno conclusivo già conteneva il percorso «unitario» – e dunque anche qui traspare il senso differente dell’«unità» per i «riformisti».

    Dell’ultimo direttivo Panzeri invece apprezza la «nuova politica dei redditi», riafferma il valore della concertazione accanto all’agire contrattuale, e sottolinea che il governo della destra non muore oggi, e dunque «non si può solo affermare che con esso non si tratta».

    Trapela anche, nella lunga relazione, la speranza in una Confindustria diversa, una volta cambiato l’attuale leader, con cui stringere un nuovo patto sociale: eppure come potrebbe avvenire ciò se non sulla base di ciò che già si è prodotto di guasto sul lavoro, sul terreno sociale?

    Non a caso Panzeri insiste sulla politica dei redditi per «redistribuire» ciò che, dice, non si può pretendere oggi puntando sull’aumento dei salari: perché per puntare sui salari «bisogna prima puntare su crescita e sviluppo», e il sindacato deve esserne coprotagonista. Gli chiediamo se questo non assomigli troppo alla non alternativa messa davanti al sindacato da circa un secolo: che se lo sviluppo c’è, non si può pretendere tanto sui salari, per non fermare «il treno in corsa», e se lo sviluppo manca, neanche a parlarne. Ma lui non si scompone.

    L’assemblea di ieri pretende che il suo sia un libero contributo alla discussione della Cgil e si impegna ad affermare queste idee in tutta la Cgil, onorando il suo «pluralismo». Fa parte della «dialettica» sempre esistita, dice Panzeri con ragione, poi alle domande dei giornalisti risponde negando che l’obiettivo sia la costruzione di una nuova corrente partitica. Ma il grande applauso dedicato a Piero Fassino – venuto a benedire? – sembra smentirlo.

    Sono presenti anche altri esponenti dei Ds, della Margherita, dello Sdi, all’assemblea; e il tutto propone un’ulteriore chiave di lettura scorrendo in panoramica l’Eliseo. I politici del triciclo in sala, le proposizioni dal palco dei «riformisti» Cgil, a partire dalla stessa unità a tutti i costi con Cisl e Uil, soprattutto dopo che lo stesso Pezzotta è passato un po’ più all’«opposizione», suggeriscono che Romano Prodi possa contare ormai sicuramente su due sindacati (forse su tre).