I riformisti Cgil invocano la «spada» del leader sulla Fiom

12/10/2007
    venerdì 12 ottobre 2007

    Pagina 9 – Primo Piano

    RETROSCENA

      E i riformisti della Cgil invocano
      la «spada» del leader sulla Fiom

        Enrico Marro

          ROMA — I conti fra la Cgil e la Fiom si faranno nel direttivo di lunedì 22 ottobre, ma a partire da una cosa già chiara per il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, e per la maggioranza della sua segreteria: la Fiom e il suo capo, Gianni Rinaldini, hanno perso il referendum sindacale sull’accordo del 23 luglio su pensioni e welfare. Volevano che l’intesa fosse bocciata e invece è stata promossa con l’81,5% dei voti, e il no non ha sfondato neppure tra i metalmeccanici. Su questo dovranno fare una «profonda riflessione», dicono in sindacalese. Significa, in pratica, che la Fiom, il sindacato dei metalmeccanici, dovrà darsi una calmata, smetterla di pretendere di dettare la linea alla Cgil e acconciarsi invece a seguire la confederazione. Che adesso ha voglia di riprendere l’iniziativa, insieme con Cisl e Uil, su due fronti: la riduzione delle tasse sulle buste paga, una nuova politica contrattuale, capace anche questa di migliorare i salari.

          Per giovedì 18 sono stati convocati i direttivi di Cgil, Cisl e Uil: sarà l’occasione per celebrare la valanga di sì e lanciare la nuova stagione del sindacato, all’insegna dell’unità e del riformismo. Poi, il 22, a porte chiuse, nel parlamentino della Cgil, la resa dei conti. Che potrebbe essere particolarmente aspra con Giorgio Cremaschi, leader della minoranza di sinistra Rete 28 aprile. Che non solo ha fatto campagna per il no, ma ha denunciato irregolarità sia nello svolgimento della consultazione sia nei risultati comunicati dalle confederazioni. C’è una «commissione di garanzia», una sorta di tribunale interno, spiega più di un segretario confederale, che potrebbe occuparsi di Cremaschi, per vedere se sia ancora compatibile il suo comportamento con l’appartenenza alla Cgil.

          Discorsi che danno l’idea di quanta sia la voglia di rivincita sulla Fiom da parte dei riformisti. Eccessiva, secondo un’altra parte della Cgil, più propensa a dare il giusto peso al malessere degli operai di molte grandi fabbriche, espresso col no all’accordo. Epifani non infierirà sulle persone, ma presenterà il conto politico alla Fiom. E sarà pesante. Come ha già spiegato al Corriere qualche settimana fa, «una intera categoria non può stare in minoranza» nella Cgil. La Fiom, insomma, dovrà cambiare linea, riconoscendo, per usare le parole del segretario confederale Achille Passoni, «che la confederalità viene prima», cioè che la Fiom viene dopo la Cgil, altrimenti prevale il «corporativismo », l’interesse particolare di una categoria. Discorsi difficili, che alla fine si possono semplificare così: la Fiom ha perso e di conseguenza i rapporti di forza tra la categoria e la Cgil si spostano decisamente a favore di quest’ultima. Rinaldini e i suoi faranno bene a concentrarsi su come risalire la china. «Vogliono un sindacato che rinchiude gli operai in un recinto ideologico e butta la chiave o un sindacato che si misura con i problemi reali?», si domanda un altro segretario confederale, Nicoletta Rocchi.

          Fausto Durante, l’unico membro della segreteria Fiom di osservanza epifaniana, chiede a Rinaldini di prendere atto della sconfitta e di «aprire una riflessione sullo scarto tra il risultato del voto e l’azione della Fiom in questi anni». Le prime reazioni del leader dei metalmeccanici non vanno in questa direzione. Ieri ha parlato di «risultato assolutamente positivo per noi» sulla scorta del quale «aprire un conflitto col governo su una Finanziaria non condivisibile ». Peccato che Cgil, Cisl e Uil non la pensino così.