I punti deboli della cura Tremonti (M.Giannini)

06/10/2003


sabato 4 ottobre 2003

Pagina 15 – Commenti
I punti deboli della cura Tremonti

          MASSIMO GIANNINI


          «A Blair i mugugni, a noi lo sciopero generale», dice il ministro Maroni. Soddisfatto per aver messo la sua firma sulla riforma delle pensioni della Casa delle Libertà, rammaricato per la risposta immediata e durissima del sindacato. La soddisfazione è legittima: sul piano politico, le ragioni che impongono un intervento risolutivo sugli squilibri previdenziali sono ineccepibili. Il rammarico è ingiustificato: sul piano tecnico, le correzioni annunciate per riportare in equilibrio il sistema sono discutibili. Se si ragiona in termini di geometria delle coalizioni, al governo Berlusconi va riconosciuto un merito: con la correzione alla delega previdenziale varata ieri, ha compiuto l´unico "atto politico" forte e qualificante in due anni di inconsistenza progettuale e di inefficienza amministrativa.
          Lo ha fatto nel momento più confuso e conflittuale della legislatura, dopo una severa sconfitta elettorale alle amministrative e durante una lacerante resa dei conti tra le forze della maggioranza. Questo "rilancio" sulle pensioni non sanerà le ferite aperte di An e Udc, visto che rafforza il patto d´acciaio tra Forza Italia e Lega, anche stavolta "saldato" da Tremonti. Non basterà a scongiurare le incognite di gennaio, quando il semestre europeo sarà finito, il rimpasto arriverà sul tavolo del presidente del Consiglio, la legge Gasparri sarà stata rinviata alle Camere dal Quirinale, e magari il Lodo Schifani sull´immunità per le alte cariche dello Stato sarà stato giudicato illegittimo dalla Corte costituzionale. Ma allo stato attuale è l´unica "riforma" che il centrodestra, tutto il centrodestra, può rivendicare e difendere con convinzione condivisa davanti al Parlamento e al Paese. Berlusconi lo ha capito: per questo, proprio sulle pensioni, ha giocato la carta populistica ma efficace del messaggio televisivo alla nazione. Una forma di mediazione diretta, che thatcherianamente prescinde dal consenso dei famosi "corpi intermedi" della società, e volutamente taglia fuori gli organi della rappresentanza sociale. Sotto il profilo del metodo, stavolta il Cavaliere ha fatto veramente «qualcosa di destra», come gli chiede Storace.
          Ma se si ragiona in termini di equità sociale e di contabilità di bilancio, il governo Berlusconi ha perseverato nell´errore. Se si guarda al merito della riforma, il richiamo di Maroni a Blair è fuorviante e strumentale. Il premier britannico, a partire dal 2004, ha introdotto un bonus di 30mila sterline per chi deciderà "spontaneamente" di rinviare la pensione di 5 anni, prolungando la propria vita lavorativa fino a 70 anni. Il premier italiano, a partire dal 2008, ha di fatto introdotto "obbligatoriamente" un prolungamento secco di 5 anni della vita lavorativa (fino a 65 anni) o dell´età contributiva (fino a 40). La differenza può non giustificare le diverse reazioni delle trade unions inglesi e dei sindacati italiani. Ma resta una differenza abissale. A colmarla non basta neanche l´ulteriore novità, annunciata dal ministro leghista: chi vuole continuare a beneficiare del pensionamento anticipato, anche dopo il 2008, potrà farlo, ma il suo trattamento previdenziale a quel punto sarà solo di tipo "contributivo". L´assegno mensile, in questo modo, sarà decurtato di oltre il 50%. Più che un "disincentivo", questo sembra un raggiro. Così non si mira a convincere, ma quasi a estorcere.
          Il punto debole della riforma berlusconiana è tutto qui. Rinvia inspiegabilmente di cinque anni l´intervento, che dal 2008 si abbatte come una mannaia sulla vita di tutti i lavoratori, giovani e meno giovani. Proprio l´altro ieri la relazione congiunta del Consiglio e della Commissione Ue in materia di pensioni «adeguate e sostenibili» ha indicato le traiettorie di fondo per ogni corretta riforma nell´Unione. È urgente aumentare il tasso di occupazione e ampliare la platea contributiva. È necessario accelerare la fuoriuscita dal privilegio, tutto italiano, delle pensioni d´anzianità. Per rimettere in sesto il bilancio statale e generazionale, nei Paesi europei basterebbe anche solo «aumentare di un anno l´età di pensionamento effettivo, senza aumentare i diritti alla pensione maturata»: già in questo modo – si legge nel documento – «si assorbirebbe il 20% circa dell´incremento atteso nella spesa pensionistica del 2050». Se gli obiettivi riconosciuti sono questi, il governo Berlusconi avrebbe fatto meglio a far scattare subito, già dal prossimo anno, ma con una progressione più morbida, l´innalzamento dei requisiti contributivi e anagrafici per l´approdo alla pensione. Quando le riforme mettono in gioco le prospettive di vita di milioni di persone, un principio minimo di gradualità non tradisce mancanza di coraggio. Semmai comporta garanzie di migliore sostenibilità sociale. Lo sa bene il cancelliere Schroeder: in Germania la sua riforma previdenziale accelera l´innalzamento dell´età pensionistica di un mese in più ogni anno.
          Lo sciopero generale è comprensibile, se muove dagli effetti pratici delle misure annunciate dal governo. Ma resta una risposta sbagliata, se poggia su un rifiuto aprioristico e irrealistico di Cgil, Cisl e Uil rispetto a qualsiasi ipotesi di cura per i troppi malanni del Welfare all´italiana. Il centrosinistra, piuttosto che limitarsi a cavalcare la rabbia legittima della piazza sindacale, stia in campo con la forza alternativa delle sue proposte politiche. Una volta tanto, il Polo sta sbagliando solo la terapia, non la diagnosi.