I prodiani accerchiati gridano al complotto

22/10/2007
    sabato 20 ottobre 2007

      Pagina 3 – Primo Piano

      I prodiani accerchiati
      gridano al complotto

        ANTONELLA RAMPINO

        ROMA
        «Impensabile», è il commento di Arturo Parisi che trapela dalla Slovenia, «specie se ripenso alle nostre più recenti conversazioni». «Irriconoscibile», secondo Andrea Papini, il prodiano emiliano curatore delle 281 pagine del fu Programma dell’Unione. Nessuno dei prodiani di strettissima osservanza credeva, ieri mattina, a un Prodi che, spogliatosi del consueto bonario ottimismo, aveva confessato con improvviso pessimistico realismo agli esponenti del Comitato 20 ottobre (ovvero della manifestazione di oggi) di essere consapevole che non sarebbe arrivato a mangiare il panettone a Palazzo Chigi. Una notizia riportata con doviziosa malizia solo dal «Foglio», ma che ieri mattina aveva già fatto il giro del Palazzo, pur non avendone resa testimonianza sui rispettivi giornali, «manifesto» e «Liberazione», né Gabriele Polo, né Piero Sansonetti, presenti all’incontro. Una notizia con forte presa mediatica, almeno nella versione fogliante che conteneva l’elemento della «resa» alla spallata di Berlusconi (particolare smentito da tutti i presenti, a oggi). Perché tutti, cittadini compresi, ricordano il premier, ad ogni apparizione televisiva, a ogni conferenza stampa, paciosamente attestato sulla linea «ogni volta che c’è un voto in Senato mi dicono che il governo cade, e io invece sono ancora qui». Un Prodi invece «incupito», come lo racconta Gabriele Polo, come avesse maturato «la certezza del pericolo», secondo il racconto di un altro testimone.

        «Io c’ero e posso dire com’è andata», esordisce Silvio Sircana, che di Prodi è il portavoce. Certo, «il pessimismo c’era, ma il presidente del Consiglio non si è dato affatto una dead line. Ha detto quel che tutti sanno, e di cui certo è consapevole non da oggi: possiamo cadere da un momento all’altro, e non possiamo farci nulla. “Stando a tutto quello che mi dicono, la soluzione la troveranno altri. Ci sono senatori che stanno cambiando casacca”, sono state le sue parole. E il senso, chiarissimo, offerto ai promotori della manifestazione che cercavano di convincere Prodi come essa non fosse contro il suo governo, era: riempite pure le vostre piazze, ma se il governo cade vi tenete lo scalone». Prodi, aggiunge Sircana, «sa benissimo che se tutte le notizie di transumanze senatoriali fossero vere noi avremmo già perso 1530 voti, a Palazzo Madama dove ormai ai nostri basta prendere un caffè con Schifani per ritrovarsi il giorno dopo sui giornali come già passati a Berlusconi». E, fa sapere ancora, «l’umore di Prodi è assolutamente zen». Altro, insomma, che cupio dissolvi.

        «Prodi che si arrende non ce lo vedo proprio, e la scenetta che si racconta per me è assolutamente inverosimile» aggiunge Papini. Come dire che il Professore l’ha buttata lì, il mio governo cade e tutti a casa, per vedere come reagivano quelli della sinistra. I quali, del resto, si sono interrogati a lungo: ci avrà teso una trappola? Avrà voluto spiattellare l’arma fine di mondo, specie a sinistra, «tra poco me ne vado, e tutti a casa»? Un Prodi che a modo suo è pur sempre discendente di Machiavelli potrebbe anche avere qualche interesse a vedere Berlusconi che tenta la spallata in Senato sulla Finanziaria. Lo si intuisce parlando con Gianclaudio Bressa, altro prodiano della prima cerchia. Berlusconi è determinatissimo a far cadere subito il governo, argomenta, «ma siamo proprio sicuri che poi si vada alle alle elezioni, lasciando il Paese per cinque mesi senza bilancio, in esercizio provvisorio?». Di fatto, insiste «è alle viste sulla Finanziaria il voto di fiducia, il massimo strumento politico con cui il governo può reagire allo strumento più antipolitico che Berlusconi ha messo in campo, la compravendita dei senatori». Perché poi, cadesse Prodi, la partita sarebbe, a termine di Costituzione, nelle mani del Capo dello Stato.