I precari di mamma e papà

16/02/2004


LUNEDÌ 16 FEBBRAIO 2004

 
 
Pagina 12 – Economia
 LE FAMIGLIE E LACRISI
 
I precari di mamma e papà
Lavoro incerto, fitti alti e i figli obbligati a restare a casa
          "Papà ha una buona pensione Lui c´è riuscito a farsi strada nella vita. Io ho studiato più di lui, eccomi qua"
          Dal ´93 a oggi è aumentato il numero dei giovani che non lascia il "nido": siamo al 60%
          Indagine Astra Demoskopea: è sempre più difficile rendersi indipendenti

          MARIA STELLA CONTE


          ROMA – Non c´è niente da fare, da casa non se ne vanno. Non se ne possono andare. Anche se hanno ormai trent´anni; la fidanzata; la macchina; e un lavoretto, di quelli che va tutto bene se hai qualcuno che ti copre le spalle. Mamma e papà, appunto. Erano, nel 1993, il 55,5% i figli che tra i 18 e i 34 anni continuavano a vivere in famiglia, oggi sono quasi il 60, il 52,5% dei quali senza occupazione. Che vuol dire incertezza, paura del futuro, impossibilità di progettare, di crescere; significa essere costretti a restare per sempre bambini. Una ricerca condotta dall´Istituto Astra Demoskopea per conto di Fiditalia (Societé Générale Group) che è andata a indagare le paure e le ansie di figli e genitori, ci parla di un mondo un po´ diverso dallo stereotipo italiano degli "adolescenti a tempo indeterminato", malati di mammismo, troppo pigri e affettivamente immaturi per affrancarsi da famiglie tentacolari e iper protettive. Ci parlano, i ricercatori dell´Istituto presieduto dal sociologo Enrico Finzi, della fatica di ottenere un lavoro vero, delle difficoltà di trovare una casa il cui affitto non sia i tre quarti dello stipendio, della sindrome della "piccola fiammiferaia" o "del giovane povero" che coglie chi tenta di "Volare via dal nido": secondo il 79% degli intervistati (1001 persone tra i 14 e i 79 anni) i problemi principali sono legati proprio al fatto che «i giovani trovano solo lavori precari» o «sottopagati» (73%), spesso non riuscendo «a ottenere neppure un lavoro qualunque» (77%); per il 78% (le interviste consentivano risposte multiple) l´ostacolo è individuare «una casa a prezzi accettabili». La maggior parte si dimostra assolutamente consapevole dei rischi: rischio di uscire troppo tardi da casa, di una innaturale dipendenza dalla famiglia, «in particolare dalla mamma», di una maturazione individualmente difficile e sofferta, ma anche dannosa per la collettività.
          Vive in famiglia, ci dicono i dati dell´Istat, il 66,7% dei maschi tra i 18 e i 34 anni e il 52,4% delle femmine; nella fascia di età 30-34 anni, troviamo in casa il 36% degli uomini e il 20,2% delle donne; tra i 25 e i 29 anni la percentuale sale rispettivamente a 71,9 e 49,8. Di quei sette milioni 827 mila tra i 18 e i 34 anni che nel 2002 vivevano ancora a casa, il 29,8% era studente, il 18,3 in cerca di occupazione, l´1,5 era casalinga, e il 47,7 lavorava. Ma, come suggerisce lo studio coordinato da Finzi, il punto è: quale lavoro?
          Insomma, pensavamo si trattasse unicamente di mentalità, di cultura, di un modo molto made in Italy di essere genitori&figli. E´ anche, ma non solo così. «Prima di tutto dobbiamo considerare che la nostra è una condizione comune a diversi paesi dell´area mediterranea e cattolica: Spagna, Portogallo, Grecia ed anche, accomunata dal profilo religioso, l´Irlanda – commenta Laura Linda Sabbadini, direttore centrale dell´Istat – Però diciamo anche che il dibattito sulla tardiva uscita di casa dei figli maggiorenni, viene da lontano: inizia nei primissimi anni Ottanta e se ne comincia a parlare in Belgio, Svezia, Francia. Certamente da noi è un fenomeno che si percepisce di più ma sarebbe miope, a questo punto, continuare a parlare solo di "figli mammoni" e di "madri-chioccia" e non delle difficoltà di avere un lavoro duraturo e equamente retribuito o una casa a costi sostenibili». In Spagna, l´età mediana di uscita dalla famiglia è di 28,4 anni per i maschi e di 26,6 per le femmine contro, rispettivamente, i 29,7 e i 27,1 dell´Italia; 28,2 e 22,9 in Grecia; 26,3 e 25,2 in Irlanda; 24,1 e 22,2 Francia; 24,8 e 21,6 Germania; 23,5 e 21.2 Gran Bretagna; 25,8 e 23,8 Belgio; 21,4 e 20,3 Danimarca. Tutti paesi nei quali «il mercato abitativo è assai meno ingessato e c´è una politica di sostegno al mondo giovanile ben più marcata che in Italia». E´ in crescita, dice Sabbadini, la quota di giovani che resta in casa pur avendo un´occupazione perché spesso si tratta di lavori temporanei, o sotto pagati, o non consolidati. Retribuzioni che da sole non basterebbero a garantire, una volta fuori di casa, non solo lo stesso tenore di vita ma nemmeno una decorosa sopravvivenza dovendo coprire le spese di un affitto.
          Le donne, poi, sono sempre meno disposte a uscire dalla famiglia senza un lavoro che gli garantisca quell´autonomia di cui godono in famiglie sempre più aperte e meno conflittuali. E infatti, se pure sono ancora i maschi a restare in maggior numero tra le mura domestiche, è tra le femmine che si registra l´aumento più forte. Come dire: crescere? No grazie, preferisco vivere.