I politici assediano il ministro «rigido» (S.Rizzo)

21/05/2007
    lunedì 21 maggio 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 9) – Primo Piano

    DIETRO LE QUINTE

      E i politici assediano il ministro «rigido»

      «Se si sbraga con i conti, guai per tutti»

        di Sergio Rizzo

        ROMA — Il telefonino di Raffaele Bonanni ha squillato a Siviglia, mentre il segretario della Cisl stava per mettersi a tavola: «Sono Romano. Troveremo la soluzione. Adesso dobbiamo chiudere il contratto degli statali prima possibile». Quando è prima possibile? Mercoledì, se non addirittura martedì.

          «Il modo», avrebbero convenuto i due, «si troverà»: poco importa se i sindacalisti sono in Spagna per il congresso della Confederazione europea dei sindacati. Ma quella telefonata arrivata dal premier, anche a Guglielmo Epifani e Luigi Angeletti, subito dopo che a Roma era appena finito il vertice su come impiegare i soldi del tesoretto e come risolvere la grana del pubblico impiego, contiene anche un’altra notizia. In questa faccenda, ormai, non c’è più nulla di «tecnico»: ogni cosa è nelle mani della politica. Quasi tutti, nel governo, lo auspicavano. Il ministro dell’Economia forse lo temeva.

          Tommaso Padoa-Schioppa anche ieri ha ripetuto ai suoi colleghi il principio che gli è sempre stato a cuore fin da quando ha accettato l’incarico: «Guardate che se sbragano i conti pubblici sono guai per tutti». Sottolineando che il tesoretto va usato con estrema oculatezza. Perché Bruxelles ha i fari puntati. Perché è inutile disperdere una cifra così esigua in mille rivoli. Ma soprattutto per evitare di fare la manovra di fine anno. Ed è questo che Padoa-Schioppa considera il vero successo dei suoi primi dodici mesi da ministro, come molte volte ha detto: «Chi avrebbe mai pensato, un anno fa, che ciò sarebbe stato possibile?» Concetti, purtroppo, che talvolta cozzano brutalmente con le esigenze della politica. Soprattutto in campagna elettorale. Così quel Rutelli che ieri, al vertice, batteva i pugni sul tavolo, insistendo sul taglio dell’Ici «perché l’82% degli italiani vive in casa di proprietà e questo sì che sarebbe un segnale chiaro» per l’elettorato, e poco importa se il suo collega Massimo D’Alema ieri abbia ripetuto quello che già aveva dichiarato al Corriere

          («non possiamo togliere soldi ai comuni e basta»), è lo stesso Rutelli convinto che il tesoretto derivante dall’extragettito sia in realtà ben maggiore di quello che Padoa- Schioppa dice. Tre, forse cinque miliardi in più. Ma è anche lo stesso Rutelli che in questi giorni ha tessuto la rete con i sindacati per individuare il punto di caduta della trattativa sugli statali. I contatti sono stati costanti e continui. Fino ad arrivare alla definizione di una soluzione digeribile: chiudere adesso il contratto degli statali mettendo sul tavolo 180, 200 milioni al massimo, per poi fare subito un altro contratto non per due anni come al solito, ma per i prossimi tre.

          Perché, come dice un ministro diessino esperto di questioni sindacali, «prima si fanno gli accordi e poi le trattative». Proprio così: fare prima le trattative e poi gli accordi è una stranezza. Al punto che nessuno si è sorpreso quando i sindacati hanno rimesso in discussione l’intesa del 5 aprile sugli statali. Questa è la politica. Almeno, la politica come si fa in Italia.

          Ha un bel dire, Padoa-Schioppa, che l’intesa firmata dal sottosegretario Nicola Sartor e dai sindacati, è quella che fa fede. Che nessuno può far finta di aver letto male quello che c’era scritto, perché sono appena sette righe, e scritte belle grosse proprio per evitare equivoci. E che in quelle sette righe si dice chiaro e tondo, che più chiaro e più tondo non si può, che i soldi stanziati saranno sì sufficienti «per erogare incrementi retributivi medi pro-capite non inferiori a 101 euro», ma «per il comparto Ministeri». Cioè, non 3,3 milioni di persone, ma appena 193.588. Tanti, secondo il Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato, sono i dipendenti dei ministeri, delle agenzie e della presidenza del consiglio.

          Ma i sindacati, ovviamente, sanno leggere. E mentre c’era chi chiedeva altri 400, altri 600, e persino altri 800 milioni, facendo la gara a chi la sparava più grossa, qualcuno ammetteva, sotto sotto, che i soldi c’erano, ed erano abbastanza. Un sindacalista, Carlo Podda della Cgil, lo aveva anche scritto in una lettera ai ministri nella quale sosteneva che il numero reale dei beneficiari dell’aumento era inferiore a quello ufficiale, a causa del blocco del turnover. Sentendosi rispondere che quel calo numerico sarebbe stato compensato dalla regolarizzazione dei precari.

          E allora perché tutto questo? C’è chi lo imputa a questioni caratteriali. Ma è sicuro che non c’entrino nulla i segnali di rigore che il ministro dell’Economia aveva indirettamente spedito ai sindacati? Prima di presentarsi al tavolo con gli statali, Padoa-Schioppa aveva deciso di tagliare le sedi provinciali del Tesoro. Di ridurre i premi al personale. Soprattutto, di distribuirli con criteri selettivi e non più a pioggia. Sicuro che non sia partito tutto da qui?

          Quei 180 milioni che il governo tirerà fuori salveranno la forma e il nuovo accordo eviterà uno sciopero generale che per la maggioranza sarebbe stato disastroso. Le scorie che questa vicenda lascerà, anche dentro la maggioranza, sono invece ancora tutte da valutare. A cominciare da un rapporto con la sinistra radicale che minaccia di diventare sempre più complicato. Ieri dai Comunisti italiani, il partito di Oliviero Diliberto, arrivava un commento ustionante: «Abbiamo a che fare con un gruppo dirigente che più maleducato non si può. Quando c’era il governo Berlusconi il sottosegretario Gianni Letta telefonava per avvertirci di qualunque cosa succedesse, mentre qui fanno un vertice a palazzo Chigi e nessuno ci chiama».