I pericoli che corre il sindacato – di Sergio Cofferati

17/06/2002


SABATO, 15 GIUGNO 2002
 
Pagina 15 – Commenti
 
I pericoli che corre il sindacato
 
 
 
 
SERGIO COFFERATI
Segretario generale Cgil

Caro direttore,
ho letto con attenzione e ho trovato del tutto pertinenti e condivisibili le osservazioni di Eugenio Scalfari (Repubblica del 9 giugno) relative ai possibili cambiamenti delle funzioni e della natura del sindacato confederale italiano.
Trovo invece sorprendenti i silenzi o le sottovalutazioni di molti. Penso ad esempio ai commentatori liberali che tacciono sulla possibile trasformazione che rende sempre più dipendente, sul piano del finanziamento, i sindacati dei lavoratori e delle imprese dallo Stato. Inoltre tende a trasformarne l´adesione dei lavoratori e delle aziende da libera e volontaria in incentivata, se non addirittura obbligatoria, attraverso i meccanismi degli enti bilaterali (è evidente che se a questi verranno assegnate funzioni universalistiche come l´erogazione dei sussidi o la gestione degli ammortizzatori sarà difficile per i singoli lavoratori, o per le singole imprese, sottrarsi al meccanismo dell´adesione alla associazione che fa parte dell´ente bilaterale che garantisce la tutela del caso).
Ma ancor più sorprendente è la reticenza o il silenzio delle forze progressiste, dell´intero centrosinistra che finge penosamente di scambiare delle possibili mutazioni genetiche con dei dissensi di metodo tra le organizzazioni dei sindacati dei lavoratori sul tema, pur decisivo, del diritto al reintegro in caso di licenziamento senza giustificato motivo.
Così facendo rimuovono un problema che in ogni caso li coinvolgerà presto e che mette in discussione la storia originale, ma assai feconda del rapporto storico tra la rappresentanza sindacale confederale, l´esperienza riformista italiana (sia quella cattolica che quella socialista) e la stessa cultura politica massimalista.
La trattativa di questi giorni sul mercato del lavoro, quella che si svolge senza la presenza della Cgil, ha ormai esplicitamente evidenziato due rilevanti pericoli, quello del bipolarismo sindacale e quello dello snaturamento del sindacato. Sul primo, se avrai la cortesia di ospitare nuovamente qualche mia opinione, vorrei tornare diffusamente un´altra volta, perché è un tema, a mio parere, assai rilevante per il futuro del paese.
Non si possono cambiare regole istituzionali, meccanismi elettorali e non rendersi conto che tutto ciò ha un effetto immediato sulle forme e sulle dinamiche della rappresentanza sociale (ancora una volta sia quella dei lavoratori che quella delle imprese).
Il secondo pericolo è palese, visibile, si teorizza che il futuro del sindacato è nell´erogazione dei servizi (e aggiungo io, a commento delle esplicite intenzioni di Governo e Confindustria, nella diminuzione della contrattazione delle tutele dei lavoratori). Tristemente, la teorizzazione del modello è fatta dagli esponenti del governo nelle loro ripetute interviste e dichiarazioni. I miei colleghi di Cisl e Uil si limitano ad assecondare quella deriva nel negoziato in corso sostenendo in un incomprensibile accostamento teorico, che si tratta di obiettivi utili ad un sindacato della contrattazione, della partecipazione, della concertazione, della democrazia economica, della bilateralità (?!). Come si può vedere: tutto e il suo contrario.
La chiave di volta principale della trasformazione negativa del sindacato sta nella bilateralità. Gli enti bilaterali immaginati originariamente come strumenti della mutualità solidaristica per la piccola impresa artigianale o come soggetti per l´individuazione del fabbisogno formativo (anche quello legato alla sicurezza), diventano una cosa del tutto diversa e abnorme. I nuovi enti, in via di definizione, formati da imprese e sindacati, si dovrebbero occupare di far incontrare domanda e offerta di lavoro, dovrebbero gestire ammortizzatori sociali e coordinarne l´incrocio con la formazione, dovrebbero certificare la libera volontà delle parti nella definizione dei singoli contratti di lavoro, dovrebbero coordinare le politiche della sicurezza, infine dovrebbero concorrere all´individuazione e all´isolamento delle attività sommerse.
Insomma, come si vede dovrebbero spaziare dall´intermediazione di manodopera, alla sostituzione delle Guardia di Finanza nella ricerca del lavoro nero, passando per il potenziale conflitto di interessi proprio di chi "coordina" le politiche formative attribuendole, tra gli altri, a propri istituti, con atti negoziali e non certo per scelte di mercato. Ovviamente il governo intende partecipare a queste iniziative attraverso apposite politiche di incentivazione che si prefigurano, anche, come forma spuria di finanziamento dei soggetti promotori del bilateralismo.
Contemporaneamente si punta da parte di governo e Confindustria a ridimensionare le funzioni contrattuali del sindacato cercando di ridurre i livelli negoziali attuali e di diminuire le materie assoggettate alla esplicita contrattazione.
Alcuni sostengono che sia questo il sindacato del futuro e aumentano in me la condivisione di quello del passato. Il cerchio si chiude, ovviamente, negando l´attuazione di qualsivoglia rimando dell´art.39 della Costituzione. Nulla deve essere definito legislativamente per fissare la rappresentatività, il peso, dei singoli sindacati, altrimenti il castello si sfascia. Meglio fissare che la rappresentatività nasce da un semplice accordo tra le parti, solo così, con l´autoreferenzialità più pura, si può "riformare il sistema delle relazioni sociali".