I nuovi volti della concertazione (M.Mascini)

23/07/2003



        Mercoledí 23 Luglio 2003

        COMMENTI E INCHIESTE
        Modelli di negoziazione


        I nuovi volti della concertazione


        di MASSIMO MASCINI

        Fu un’estate calda, quella del 1993. Non come in queste settimane, ma molto calda. I negoziatori del grande accordo del 1993 però non se ne accorsero. Per settimane restarono chiusi nelle stanze refrigerate artificialmente di Palazzo Chigi. Ne uscivano solo per qualche abboccamento segreto o per riposare a notte fonda. Una clausura, ma ne valse la pena perché alla fine, proprio dieci anni fa, Governo, imprenditori e sindacati firmarono un accordo che cambiò profondamente le relazioni industriali, avviando un lungo periodo di pace sociale.
        Partecipazione. Fu in quel momento che finalmente il sindacato passò «dall’antagonismo al protagonismo». Giorgio Benvenuto aveva coniato già nel 1978 questo slogan, ma ci vollero quindici anni per trasformarlo in realtà. Quindici anni fatti di battaglie durissime, di grandi accordi, di sconfitte epocali, al termine dei quali tutti si accorsero che solo dalla collaborazione tra le forze sociali poteva nascere qualcosa di veramente positivo per tutti. E nacque così la politica dei redditi e la concertazione, figlie della partecipazione. Perché il passo più importante compiuto in quel lontano 1993 fu quello di comprendere che solo smettendo di farsi la guerra e di far valere i rapporti di forza, sempre effimeri, era possibile costruire qualcosa. La politica dei redditi altro non è che la presa d’atto che il mantenimento del potere di acquisto dei salari, e forse la sua crescita, è possibile solo se si combatte l’inflazione e che questo obiettivo si raggiunge cooperando tutti assieme per tenere fermi assieme salari nominali, prezzi, tariffe. Lo strumento scelto per realizzare la politica dei redditi fu quella politica d’anticipo che aveva inventato (e per essa era morto) Ezio Tarantelli, e che prima di allora aveva trovato attuazione solo nell’accordo del 1984. Il principio è chiaro, si stabilisce assieme un tasso inflattivo più basso di quello previsto, e ci si mette d’accordo perché ciascuno si attenga a quell’obiettivo: i sindacati chiedendo aumenti salariali di quell’ampiezza, gli imprenditori non aumentando i prezzi oltre, il Governo mantenendo le tariffe a quel livello. Un sistema che funzionò, perché l’inflazione rimase negli anni 90 sotto controllo, nonostante il forte deprezzamento della lira, che aveva sempre, almeno fino a quel momento, determinato un’impennata dei prezzi. Politica economica. L’altro corno, o lo stesso perché sempre di partecipazione si tratta, era la concertazione. Che altro non è che il preventivo trovare, Governo, sindacati, imprenditori, tutti assieme, un accordo sulle linee di fondo della politica economica o in generale su certe scelte fondamentali che si vogliono assumere. In questo modo l’Esecutivo può contare sul consenso delle parti sociali e gli riesce più facile governare, compito sempre più difficile nelle società complesse. Anche qui la molla di fondo è la partecipazione, perché le parti sociali partecipano alla definizione delle politiche generali del Paese e il Governo consente a cedere una parte delle sue prerogative perché così riesce a cogliere risultati non di maniera. Concertazione che non consente diritti di veto, perché essa vive solo nel momento in cui le parti si mettono d’accordo. Se non c’è intesa ognuno resta libero di fare quello che crede. Così nel 1995 il Governo Dini cercò di fare concertazione sulla riforma delle pensioni: non ci riuscì o non ci riuscì fino in fondo perché non trovò il consenso di Confindustria. Ma non per questo si fermò, andò avanti tra le proteste degli industriali.
        Come esempio di concertazione mancata si porta invece il Patto di Natale, che il Governo D’Alema raggiunse nel 1998, non riuscendo però a trovare il consenso della Cgil su un nuovo modello contrattuale, che infatti non si realizzò. Un esempio però anomalo, perché il Governo in quel caso non cercava il consenso delle parti sociali su un atto che gli competeva, perché il modello contrattuale non può essere deciso che da tutte le parti sociali assieme (e il Governo rientra in questa partita solo come datore di lavoro), dal momento che sono loro che poi devono applicare quello schema.
        Le prospettive. Il sistema del 1993 ha vissuto alla grande almeno per otto anni, consentendo grandi risultati, come tutti riconoscono, il risanamento dei conti pubblici, la ripresa dell’economia, l’ingresso dell’Italia nell’Europa monetaria. È entrato in crisi con il secondo Governo Berlusconi che ha voluto innovare il sistema di rapporti con le parti sociali. Gli atti previsti di programmazione, soprattutto gli incontri prima del varo del Dpef e della legge finanziaria, non sono stati più compiuti. I sindacati e le diverse sigle imprenditoriali venivano regolarmente convocati a Palazzo Chigi prima del varo dei provvedimenti, ma per una puntuale, e nemmeno sempre puntuale, informazione, non per una trattativa, come prevederebbe la concertazione. Ma questa non è morta. È stato senza meno atto di concertazione il Patto per l’Italia, che il Governo ha trattato con le parti sociali, tanto è vero che il sindacato ha portato a casa notevoli successi per il fisco e gli ammortizzatori sociali. Anche in quell’occasione mancò il consenso della Cgil (che peraltro partecipò a tutte le riunioni), ma il Governo andò avanti lo stesso. E concertazione si vuole fare adesso per la messa a punto della prossima finanziaria che il presidente del Consiglio ha detto sarà costruita con il consenso e la partecipazione delle parti sociali. La cartina di tornasole per verificare se si tratterà o meno di concertazione sarà sempre la stessa, l’esistenza o meno di una effettiva contrattazione, altrimenti si tratterà solo di consultazione.