I nuovi negozi arma delle griffe

03/10/2003



      Venerdí 03 Ottobre 2003


      I nuovi negozi arma delle griffe

      Le grandi firme investono sulla distribuzione per controllare i mercati e superare la crisi


      MILANO – Le aperture continuano e le bottiglie di champagne non mancano alle inaugurazioni. Nella moda la febbre da negozio ha perso lo slancio degli ultimi anni, ma l’espansione non si ferma. È cambiata la strategia: molti marchi sono già dove volevano essere e hanno ridimensionato i programmi di aperture, oppure vogliono raccogliere i frutti di investimenti enormi, si concentrano su alcune operazioni simboliche con costi alti e un ritorno d’immagine della stessa portata. O semplicemente cambiano il modo di fare negozi. La distribuzione comunque si muove. Anche in tempo di crisi. Prada ha speso quasi 80 milioni di euro a Tokio per aprire il suo «Epicentre concept store», un gigante di sei piani nel pieno del quartiere Aoyama. Il gruppo pensa di concentrare gli sforzi maggiori su questi progetti, per avere una visibilità nelle città più importanti, con la firma di architetti di fama, come Herzog & de Meuron. Il prossimo sarà aperto nel 2004 a Los Angeles e alla fine di quest’anno i negozi diretti del gruppo saranno 260, tredici in più dell’anno scorso. I nuovi punti vendita di Giorgio Armani quest’anno saranno trenta, ai quali si aggiungono undici rinnovi. Un’attività intensa, continua. «Cerchiamo di aprire negozi nelle città più importanti – spiegano in via Borgonuovo – e i rinnovi sono continui: la boutique di Sloane street, a Londra, è stata riaperta e ora ha la stessa immagine di via Sant’Andrea a Milano, come è stato fatto a Roma». L’azienda si allarga dando spazio e identità ai prodotti: in tre anni sono stati aperti tredici negozi «Armani casa». Gli investimenti continuano e approfittano della forza dell’euro.
      Da tempo le griffe puntano a controllare anche la vendita. Il 70% del fatturato del marchio Gucci arriva dai negozi diretti e negli ultimi due anni il gruppo ha fatto salire dal 32,5% al 57% la quota di ricavi di Yves Saint Laurent realizzati nei punti vendita diretti. Nell’ultimo anno, il gruppo ha aperto trentanove negozi ma il 2003 segna una svolta: «Dopo aver investito oltre 200 milioni di euro nei negozi nel 2001 e nel 2002, da quest’anno le spese di capitale saranno ridotte notevolmente». Sui negozi la spesa è di 100 milioni di euro. De Sole è soddisfatto dei risultati di settembre («La crescita a due cifre è in Europa e America, oltre che in Asia») e scommette sulla Cina per il futuro: «Sarà il motore portante per tutti i beni di lusso». La strategia di It Holding è basata sul franchising, con pochi investimenti diretti. Nel 2003 le aperture sono 17, divise tra Ferrè, Malo e It store. È la nuova formula del gruppo, un negozio che concentra tutti i marchi prodotti, direttamente o in licenza. L’anno prossimo le nuove insegne It store saranno 15, di cui otto in Estremo oriente. L’Asia è l’area che offre più opportunità anche secondo Gildo Zegna, amministratore delegato del l’azienda di famiglia.
      «A fine anno supereremo 400 punti vendita in tutto il mondo, tra diretti, franchising e corner. Rallenta la comunicazione ma non lo sforzo sul retail, soprattutto in Giappone, Corea, Hong Kong e Cina, dove è importante essere con i negozi diretti». In Cina oggi i negozi italiani sono 400. «Nel giro di dieci anni potrebbero essere 2-3mila», dice il consulente Carlo Pambianco, convinto che in tutto il mondo «la tendenza ad avere propri negozi continuerà nel futuro, ad ogni costo. In alcuni casi, i ritorni economici sono lunghi, ma quelli di immagine sono garantiti».

      ALESSANDRO BALISTRI