I negozi si specializzano e non si uniscono

22/01/2001

loghino.gif (3272 byte)



Lunedì 22 Gennaio 2001
italia economial
Circa un terzo degli esercizi ha qualificato la propria offerta merceologica, ma meno del 3% ha aderito a un gruppo di acquisto.

I negozi si specializzano e non si uniscono.
Dal ’96 i ricavi delle catene sono cresciuti più del doppio rispetto alle microimprese

Sono più del 40% le imprese commerciali che hanno specializzato l’offerta merceologica o intendono farlo. Un terzo è coinvolto nel processo di riduzione delle scorte e un quarto ha ampliato la gamma merceologica. Sono queste le strategie attuate dagli imprenditori, rilevate da una ricerca di Confcommercio, per guadagnare competitività e contrastare l’avanzata della grande distribuzione.

Questa maggiore vitalità imprenditoriale, secondo la stessa associazione dei commerciati, convive con alcune contraddizioni: meno del 3% degli esercenti ha aderito a un gruppo di acquisto e solo il 3,7% intenderebbe farlo nel prossimo biennio.

Intanto, negli ultimi tre anni, gli ipermercati sono quasi raddoppiati, i grandi magazzini e le superfici specializzate hanno compiuto un balzo del 13% e i supermercati sono cresciuti di circa il 10.

Viceversa, nel periodo 1995-2000, le imprese al dettaglio in sede fissa sono calate di circa 17mila unità (il 3% del totale), lo 0,6% in meno all’anno, passando dalle quasi 547mila del 1995 a poco più di 530mila sedi di impresa nel 2000. Tuttavia nei primi 9 mesi del 2000 il trend si è invertito e il saldo è risultato positivo per 9.432 imprese: la liberalizzazione del commercio (Dlgs 114/98) sembra aver fornito una dose di adrenalina agli imprenditori, in particolare campani e lucani, e accelerato la ristrutturazione e il processo di riposizionamento delle imprese.

L’ufficio studi della Confcommercio rileva, tuttavia, che è rallentato il processo di ricambio imprenditoriale dei piccoli commercianti.

I "grandi" crescono di più. Nell’ultimo quinquennio il fatturato del commercio è aumentato del 15% a 670mila miliardi di lire correnti. Se le microimprese (1 e 2 addetti) hanno raccolto poco con il 9% in più, per la grande distribuzione, cioè le imprese con almeno 6 addetti, l’incremento è stato del 25%, con un ritmo medio annuo del 4,5 per cento. Il fatturato delle grandi superfici di vendita è così passato nel quinquennio dal 26% al 29% sul totale, mentre quello delle Pmi (fino a 5 addetti) è sceso dal 74% al 71 per cento.

Come difendersi dall’avanzata delle catene distributive? Secondo l’indagine Confcommercio risulta significativo il dato sulle imprese che ha già attuato (28,1% del totale), o comunque ha intenzione di attuare (13,9%), una politica volta a specializzare e qualificare la propria offerta merceologica.

Al Nord la spinta alla specializzazione è stata fino ad oggi decisamente più sostenuta di quanto non sia avvenuto al Centro e soprattutto al Sud. Quanto alle città, i punti vendita situati nel centro storico si sono specializzati di più (30,5%) di quanto non sia accaduto nelle zone del semicentro (27,9%) e della periferia (24,1%).

Alcune aziende puntano a guadagnare efficienza attraverso una significativa diminuzione delle scorte: il 17% del campione ha avviato il processo, un altro 17,2% prevede di farlo nel corso dei prossimi due anni. Invece un quarto degli imprenditori ha già attuato, o sta per realizzare, un ampliamento della propria offerta merceologica. E la propensione ad avviare questo tipo di strategia tende a crescere in misura correlata alla dimensione del punto vendita.

Il 7,3% delle imprese ha modificato il rapporto con i propri fornitori e un altro 8,3 si dichiara pronto a farlo. Più interessati si dichiarano gli esercizi di maggiori dimensioni (superiori a 250 metri quadrati), nonchè quelli localizzati nei centri storici.

Prevale l’individualismo. Scarsi invece gli esercenti che puntano a stabilire tra loro un collegamento economico: solo il 2,8% si è associato a un gruppo di acquisto, o a un’unione volontaria, a fronte di un altro 3,7% che vuole farlo nel prossimo biennio. Appena l’1,2% si è trasformato in un punto vendita in franchising, mentre un altro 2% dovrebbe farlo nel prossimo futuro. La scarsa spinta all’associazionismo è contraddittoria poiché potrebbe costituire, invece, una strategia efficace per fruire dei vantaggi tipici della distribuzione allargata, senza ampliare la propria dimensione e rinunciare all’indipendenza giuridica ed economica.

Per la grande distribuzione associata, che si caratterizza, rispetto alla grande distribuzione per una presenza significativa di medie e piccole imprese, la fase attuale rappresenta un passaggio vitale per il suo sviluppo: diverse catene locali sono passate sotto le insegne di gruppi esteri e alcune centrali di acquisto sono fallite, non ultimo lo scioglimento della supercentrale di acquisto «Insieme» costituita da Sisa, Mdo e C3.

Per Confcommercio emergono i limiti di modelli organizzativi e negoziali che risentono di un diffuso individualismo, della difficoltà ad accentrare i livelli decisionali, della mancanza di progetti innovativi nel campo del marketing, della logistica e degli acquisti comuni.

—firma—Emanuele Scarci