I negozi, il razzismo, l’olocausto”Quegli anni, l’odissea di noi ebrei”

21/02/2001

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I negozi, il razzismo, l’olocausto
"Quegli anni, l’odissea di noi ebrei"

Un viaggio tra i ricordi e i racconti dei commercianti di oggi in occasione dell’uscita del film di Scola sulla Roma delle leggi fasciste

SIMONA CASALINI


La storia sono loro, anziani, figli, nipoti, cugini, che vissero nella Roma, nell’Italia, delle leggi razziali. Che, ancor prima di sterminarla, colpì la comunità ebraica nel cuore delle sue tradizioni. Le migliaia di commercianti a cui, nel novembre del ’38, "venne fatto divieto" non soltanto di possedere qualcosa ma anche di "essere" qualcuno: tutti i romani di religione ebraica vennero messi all’indice, «negozio ariano, vietato l’ingresso agli ebrei», si trovava scritto sulle vetrine romane, qualcuno ricorda persino «no all’accesso ai cani e ai giudii».
E così, dal set dell’ultimo film di Ettore Scola, "Concorrenza sleale", sulla rivalità di due commercianti di tessuti, uno ariano l’altro ebreo, sconvolta dalle leggi razziali del ’38, occorre dar voce a chi allora c’era e fa di tutto perché figli e nipoti abbiano sempre la memoria ben salda. Le famiglie Manasse, Piperno, Moscati, Terracina…A loro quei ricordi in presa diretta. Piero Terracina, ad esempio, un signore settantenne che ad Auschwitz ha perso madre, padre, i tre fratelli, un nonno e uno zio. Lui aveva 15 anni, unico scampato. Ricorda: «Mio padre era un rappresentante di stoffe a cui nel ’38 fu ritirato il patentino e fino al ’40 lavorò di nascosto. Io dovetti cambiare scuola, fui obbligato a frequentare la scuola ebraica sul lungotevere ma la mia vita di ragazzino fino ad allora era cambiata poco. Eravamo ancora una famiglia serena. Certo, mia madre dovette rinunciare alla signora di servizio, la Gina, che era ariana, e prese una lavandaia a ore, e i miei fratelli più grandi lasciavano gli studi e cominciavano a lavorare: mia sorella commessa a Tritone, un fratello magazziniere, un altro fratello sempre al Tritone in una sartoria. Ci fu sequestrata la radio, ma i fratelli costruirono in casa le radio a galena, quelle che come antenna usavano il letto. Avevo perso i vecchi amici ma ne avevo trovati di nuovi, e poi conobbi un uomo eccezionale, il preside della mia scuola ebraica mandato dal ministero, e dunque uomo di regime, ma che a noi piccoli ebrei diceva: "Ragazzi, datevi da fare perché dovete dimostrare di non essere inferiori a nessuno". E poi? «Ci presero tutti, anche mio nonno di 84 anni, fu una spiata di un fascista che non riuscì a sedurre mia sorella. Fui l’unico a tornare da Auschwitz. E voglio che si sappia che a noi ex deportati, ebrei e non, lo Stato ci riconosce una indennità vergognosa, il minimo della pensione sociale e che quando il Parlamento italiano fissò il "Giorno della Memoria" il 27 gennaio, data in cui nel ’45 venne liberato il campo di Auschwitz, quattro esimii rappresentanti del Polo si astennero».
Altra storia di lutto quella della famiglia di Claudio Manasse, i cui genitori avevano un negozio di biancheria in via Alessandria. Il padre Vittorio sparì nei campi di sterminio, la madre, Ester Caviglia, morì l’anno successivo del suo ritorno a casa. Come nel film di Scola, dove c’è una commessa infervorata del Duce, così nella sua tragedia familiare fu una loro dipendente a tradirli, con un premio di cinque mila lire ogni catturato. «Nel ’43 vivevamo nascosti in casa di una famiglia cattolica in viale Eritrea, il negozio era chiuso da anni, e io e mio fratello per mesi eravamo rimasti "in villeggiatura" a Cave» ricorda Claudio, «poi tornammo tutti in città e un pomeriggio, mentre mio fratello era andato a fare la fila del latte, arrivarono le Ss guidate dalla nostra commessa. "Non è niente, Claudiè, non ti preoccupare" mi continuava a ripetere quella donna. Mi salvai perché la padrona di casa disse che ero suo figlio, ma preserono i miei genitori strappandogli subito catenina e orologio». Da allora il papà non lo vide più, la madre tornò nel ’46 nel giorno del Kippur, e morì lo stesso giorno dell’anno dopo. Non parlava, e teneva sempre stretti sacchetti pieni di bucce di patate e avanzi di cibo. Urlava se qualcuno provava a levarglieli.

Al Ghetto, la ditta Piperno è un’istituzione, la bottega dei dolciumi. E Angelo Piperno, giovanotto di 78 anni, è anche un minuzioso custode di memorie, ha da poco pubblicato un librosumma con la storia del Ghetto, delle sue famiglie, dei loro matrimoni, dei loro lutti. «Ricordo le leggi razziali e la leggerezza di mio padre " vedrai che il duce non ci farà niente, è sempre stato amico degli ebrei". Invece dovemmo chiudere il negozio di piazza Costaguti e scampammo per un miracolo alla retata del Ghetto il 16 ottobre ’43. Dalle finestre della casa di via Arenula vedemmo i tedeschi al Portico d’Ottavia. Le donne e i più anziani uscirono velocemente verso via Arenula, mentre io e mio fratello Graziano avremmo aspettato le Ss. E invece mio suocero vide passare un vigile urbano e lo scongiurò di salire in casa ad arrestarci prima dei tedeschi. E lui lo fece e passammo indenni sotto gli occhi sospettosi dei tedeschi».
E ancora una voce, quella di Elisabetta Moscati, cinquantenne titolare del negozio Stefanel di piazza Bologna autrice del libro "Le mie radici" regalato ai suoi molti parenti. «Mia nonna cuciva le camicie militari e i miei zii vendevano al mercato i reggiseni e le mutande nascosti in una valigia» ricorda nel suo librodiario, «poi però mia madre e mia zia si nascosero in un convento ad Acuto. Una sera una suora lasciò loro un libro di catechismo consigliandole di leggerlo ma loro risposero che avevano troppa fame. La monaca non si impietosì, ma disse che se si fossero convertite certamente avrebbero avuto un ottimo pranzo». La storia sono davvero tutti loro.