I miracoli non si ripetono: l’addio del «Guazza»

15/06/2004

    15 Giugno 2004


    LA SCONFITTA DI UN SINDACO DIVENTATO ESTRANEO AI SUOI STESSI CONCITTADINI
    I miracoli non si ripetono
    L’addio del «Guazza»

    L’osservatorio del Mulino guarda alle Europee più che al municipio
    «Il voto non passa mai da un polo all’altro, neppure per protesta»


    reportage
    Pierangelo Sapegno

    ALLE sei di sera sono tutti davanti alla tv, giornalisti e candidati, vigili urbani e tifosi, amici e nemici, assessori e consiglieri, e le mogli e i mariti e i figli, nei corridoi del Comune, nelle stanze, negli uffici, e nella sala stampa di Cofferati e in quella del Guazza, tutti davanti a Italia-Danimarca, che non è una finale e nemmeno il Brasile. Alle sei di sera sono andati in tilt i computer, s’è bloccato lo spoglio, ci sono solo quattro sezioni su 449, e fino a un minuto prima facevano ancora tutti la guerra a colpi di speranze e di illusioni, e non c’era nessuno che aveva perso e tutti che avevano vinto. Però Bologna è come l’Italia, la sua diversità magari è solo speculare alla sua normalità, i guelfi al posto dei ghibellini. E questa domenica con il voto stranito, uno sconfitto e nessun vincitore, avrebbe solo riconsegnato la città alla sua immagine, e al suo proprietario, come in fondo ammette persino Filippo Berselli, sottosegretario alla Difesa, An, quando dice che «Bologna il miracolo l’ha già fatto una volta nel ‘99, e oggi era quasi impossibile ripeterlo. Questa è rimasta una città di sinistra, e quella di Guazzaloca non è una sconfitta. Il suo miracolo l’ha già fatto: per cinque anni ha governato una città rossa».

    Al Mulino, osservatorio speciale di Bologna e dell’Italia tutta, sono rimasti più colpiti dallo scrutinio europeo che da quello locale. Il primo ha riconfermato «una democrazia bloccata con un voto che non trasmigra da un polo all’altro neanche solo per protesta». Il secondo ha riconsegnato Bologna alla sua logica e alla sua storia. «Guazzaloca è stato un sindaco così mediocre e così provinciale che non poteva durare di più», commenta Edmondo Berselli, direttore del Mulino e tra i più ascoltati opinionisti del Paese. E finalmente sono le prime parole non retoriche sul voto di Bologna, perché la verità è che il Guazza è stato un primo cittadino divenuto estraneo alla sua città, chiuso nel suo bunker, come se fosse una bottega di macelleria. Perché nessuno l’ha scritto, ma qui è bastato chiamare uno da fuori per mandare a casa al primo turno un sindaco che qualcuno è riuscito a descrivere come «esempio di bolognesità». A Milano, se persino Forza Italia avesse chiamato uno da Roma per correre alla poltrona da sindaco, avrebbe preso il cinque per cento. A Cofferati è bastato venir qui «senza nemmeno una squadra forte», come sottolineano al Mulino, con un bel progetto sulla città, ma senza urbanisti come Campos Venuti o come Cervellati, che aveva fatto la fortuna di Dozza, senza teste d’uovo, senza profondi collegamenti con il mondo intellettuale di Bologna. Nelle cene preelettorali glielo ripetevano continuamente: «Guarda che tu rischi grosso, tu non sei di qui, e questo a Bologna importa tanto».

    Alla fine bisognerà pure fare i conti con la realtà, e ammettere che perdere al primo turno partendo da sindaco bolognese contro un candidato che viene da fuori è una batosta ancora più grossa di quanto non dicano i numeri. Anche perché Bologna è tutta qui, chiusa attorno alla sua università e al suo commercio e al suo progetto di metropoli diffusa, è tutta qui intorno, dal Mulino a Palazzo d’Accursio, da via Gerusalemme dove abita Romano Prodi, spiato persino alla finestra mentre beve un bicchier d’acqua, a strada Maggiore, al numero 31, dove ci sono solo le luci accese nel quartier generale del Guazza, e una signora che dice «andate al partito», ore 14, e lo stesso cielo di ieri, da strani presagi, questo cielo mezzo nuvolo e mezzo no, mezza pioggia e mezza no. E’ tutto qui, da via Mentana numero due, dove se stai bravo prima o poi si affaccia il cinese, alla piazza grande con un po’ di gente che s’accalca al tabellone, aspettando i numeri che non arrivano, una certezza che non c’è, nemmeno alle 19, quando Enzo Raisi, An, assessore al commercio, ripete tranquillamente che loro puntano «ancora al ballottaggio. Abbiamo più di qualche speranza», e neppure alle 19 e 30 quando lo ripetono da Forza Italia, Ugo Fronzoni, «guardate, sono sicuro, andremo al ballottaggio». Dall’altra parte, in questi cento metri quadrati, continuano a tacere. Bologna ha paura della sindrome Europa, di queste elezioni che hanno consegnato uno sconfitto, ma non un vincitore. «E se fosse pure qui la stessa cosa?».


    Allora, per fortuna che c’è Italia-Danimarca, e non ci pensiamo. Poi ci sarà pure chi come Stefano Benni non si fa tanti problemi: «Ho l’animo leggero, anzi fluttuante». Ci sono i cento fedelissimi che in Piazza Maggiore applaudono a ogni dato nuovo pro-cinese. A Romano Prodi gli basta mettere il naso fuori prima di scappare a Bruxelles perché glielo chiedano: e Cofferati? «Se vince, sarò molto contento. Dalle elezioni locali mi aspetto un grosso risultato proprio perché ci siamo presentati ancora più largamente insieme». E Berlusconi? Secondo lei ha perso? «Veda lui…». Il fatto è che oggi si va via aspettando ancora di sapere chi ha vinto. Sembra un altro giorno così. E’ finita pure Italia-Danimarca. L’unico che non s’era attaccato alla tv ha chiesto com’è andata. «Zero a zero», gli hanno detto. Sarebbe l’ora di finirla con i pareggi.