I ministri riformisti sul piede di guerra

06/07/2007
    venerdì 6 luglio 2007

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    IL RETROSCENA

      I riformisti sul piede di guerra
      e i dubbi dei due vicepremier

        Critiche al Professore anche da radicali e socialisti. Malumore dell’Udeur

        Francesco Verderami

        ROMA — Non è una dichiarazione, è una rasoiata a Prodi. «Non commento le dichiarazioni del premier. Ne discuteremo quando la proposta arriverà in Consiglio dei ministri». E c’è un motivo se Linda Lanzillotta evita di esporsi dinnanzi alle dichiarazioni del Professore, che al Tg3 annuncia di voler abolire lo scalone delle pensioni.

        Se la titolare degli Affari regionali rimanda alla riunione del governo, è perché ha annusato puzza di bruciato, come fosse in atto un gioco delle parti in cui il premier non ne fa una sola. Qual è infatti il pensiero autentico di Prodi? Quello che si dipana nell’intervista televisiva, o quello che emerge dalla precisazione di Palazzo Chigi? Nel primo caso sarebbe l’area riformista, Lanzillotta compresa, a dar battaglia; nel secondo insorgerebbe la sinistra radicale.

        Una cosa è certa: il barometro per il Consiglio dei ministri di oggi «preannuncia burrasca». Lo anticipa un autorevole rappresentante del governo e lo si capisce da come i due vicepremier si stanno disponendo alla riunione. Il modo in cui Francesco Rutelli ieri si è detto «sbalordito» per il fatto che «i giovani non protestano contro la possibilità di andare in pensione a 57 anni», è l’anticamera del ragionamento che svilupperà davanti a Prodi e che ha anticipato ai suoi: «Non si può sempre cedere a una parte della coalizione». Secondo il leader della Margherita non c’è solo un problema di merito, c’è anche un problema di metodo: «Il governo sta dando al Paese una brutta rappresentazione. Come se le decisioni venissero prese ad altri tavoli, e non a quelli istituzionali, che sono il Consiglio dei ministri e il Parlamento».

        Per una volta i due vice saranno d’accordo. Bastava sentire ieri il dalemiano Nicola Latorre, che non a caso ripeteva il concetto espresso dalla Lanzillotta: «Vedremo cosa dirà il governo nella sua collegialità ». Traduzione: Massimo D’Alema si farà sentire. Sarà più o meno vero che il titolare della Farnesina pensa sempre di più a un futuro politico «all’estero, lontano dall’Italia», come ha confidato l’altro ieri a un collega dell’esecutivo. Di sicuro non accetta di essere smentito in modo così brutale, «perché Prodi l’ha smentito», commenta Lamberto Dini: «D’Alema aveva appena detto che non ci sono i soldi per togliere lo scalone. Altro che l’interesse nazionale, il premier ha in mente solo la sua sopravvivenza. Ma si illude, perché se pensa di consegnarci tutti alla sinistra antagonista, al Senato perderà un pezzo consistente della maggioranza. E sarà crisi».

        Non c’è solo Dini sul piede di guerra. L’area riformista dell’Unione ribolle e stavolta non è disposta a cedere. Non lo sono per esempio i senatori Marco Follini e Antonio Polito, che attende «un chiarimento » dal Professore: «Se togliesse solo lo scalone vorrebbe dire che ha scelto, ma su quella strada non potremmo seguirlo». Come non lo seguirebbero i radicali di Marco Pannella, visto che Rita Bernardini parla del «suicidio di Prodi». E persino i socialisti di Enrico Boselli, con Angelo Piazza, si dicono «delusi dal premier». Nemmeno l’Udeur vorrà accucciarsi. Clemente Mastella lo ha spiegato a Prodi: «Noi saremo leali fino alla fine, non saremo noi a farti cadere. Dopodiché… ». Dopodiché il Guardasigilli riterrà sciolto il patto, pronto ad una mossa a sorpresa: «Se andasse in crisi questo governo, il giorno dopo chiederemmo le elezioni anticipate ». Nell’esecutivo come nella maggioranza si avverte l’aria del redde rationem, come sostiene Mauro Fabris «se Prodi è uscito allo scoperto significa che vuole andare allo

        show down ». Con chi? Non certo con il Prc, che osserva preoccupato lo slalom del premier. Ieri al conclave della maggioranza di Rifondazione circolava una battuta che vale più di un documento: «Per noi le pensioni sono come i Dico per i cattolici». Insomma, non è Fausto Bertinotti che il Professore intende sfidare, ma un altro. Il nome, sussurrato da molti, viene pronunciato da Dini: «Prodi sta attaccando Walter Veltroni». La cosa rende meno dolorosa questa fase a quanti nei Ds hanno subìto la discesa in campo del sindaco di Roma: «Certo, ora è un problema di Walter».

        «Walter» lo sa, e come lui lo sanno i pochi e fedeli consiglieri di cui si fida, e che hanno notato la malizia con cui Prodi ha sottolineato come «Veltroni fa politica da tempo ». Il candidato a tutto nel centrosinistra non può né vuole restare nel cono d’ombra di questo governo ancora a lungo. La partita delle pensioni potrebbe venirgli in soccorso.